BUON NATALE!

 




Questo Natale sotto l'albero, anzi sotto questo link, troverete la traduzione del libro del dott. Edward Bach "I dodici guaritori e altri rimedi" che la Fondazione Bach ha voluto curare e che ci ha donato.
Potrete scaricare, stampare, leggere, rileggere, spilluzzicare e assaporare in tutta tranquillità le sue parole ogni volta che ne avrete desiderio.
Il mio augurio per questo Natale è che voi possiate essere toccati dalla gentilezza, dalla calda umanità e dalla saggezza del dott. Bach così come ne sono stata toccata e continuo ad esserne toccata io!

Con i miei migliori auguri per un Natale veramente sereno e gioioso!

Maria Chiara



STRESS E FIORI DI BACH



Che cos'è lo stress? Lo stress (dal latino "stringere") è la pressione esercitata su di un oggetto, tale da danneggiarlo o fargli perdere la sua forma; nell'ingegneria meccanica è la proprietà di un metallo di sopportare la torsione e la trazione. Questo termine è stato preso a prestito dalla psicologia ed è diventato di uso comune per tutti noi.
Hans Selye fu il primo che iniziò a studiare lo stress nel 1936 circa. Selye definì lo stress come la reazione non specifica degli organismi viventi a fattori esterni nocivi.
La reazione allo stress non dipende, secondo lui, dalla natura dello stimolo ma dalla sua rilevanza per l'individuo. Definisce lo stress anche come Sindrome Generale di Adattamento e distingue in essa 3 fasi:
  1. FASE DI ALLARME: di fronte a uno stimolo reputato come un pericolo, ogni oganismo avvia una mobilizzazione delle sue risorse per far fronte e neutralizzare la minaccia.




  2. FASE DI RESISTENZA: se nonostante la reazione messa in campo la situazione minacciosa persiste, l'organismo mette in atto una strategia di resistenza in cui le risposte vengono accentuate e stabilizzate

  3.  FASE DI ESAURIMENTO: se, nonostante tutti gli sforzi messi in atto la situazione persiste, l'organismo non avrà più risorse disponibili. Questa situazione può, alla lunga, portare danni all'organismo che potranno essere transitori ma anche portare alla morte.


 Nel 1938 il dott. Walter Cannon nel suo libro "La saggezza del corpo" introduce il concetto di OMEOSTASI e cioè la proprietà dell'organismo di mantenere le proprie funzioni interne (Ossigeno, glucosio, temperatura, ph,...) entro valori accettabili. Questo concetto viene da lui inoltre esteso alle minacce psicosociali.
Di fronte a minacce o bisogni la risposta dell'organismo può richiedere non solo l'attivazione di processi fisiologici interni ma anche l'adozione di comportamenti ed azioni opportune da parte dell'individuo.
Lo stress è la risposta a tutto ciò che minaccia gli equilibri omeostatici. In sè non è qualcosa di negativo bensì è l'insieme dei processi che hanno come fine quello di preservare condizioni di equilibrio sia interne all'organismo sia dell'organismo stesso con l'ambiente esterno.
Quindi, secondo Cannon, quando siamo in presenza di uno stimolo stressante:
  • Si verificano modificazioni sul piano fisico il cui fine è quello della produzione ed allocazione rapida dell'energia necessaria a sostenere la risposta
  • Si attiva inoltre l'attivazione di un profilo comportamentale idoneo alle necessità contingenti
La ricerca sullo stress nel corso degli anni è andata avanti ed oggi abbiamo una visione che riesce ad integrare le varie posizioni
  1. lo stress è il tentativo di mantenere un equilibrio eliminando o riducendo la discrepanza tra una situazione reale o temuta e una situazione accettabile o ritenuta tale. Di fronte a qualcosa che ci minaccia c'è una richiesta di ripristino delle condizioni di equilibrio che deve essere soddisfatta e l'organismo si attiva in tal senso
  2. lo stress non è un fenomeno eccezionale o marginale. Le vie dello stress sono costantemente attive sia che l'individuo sia cosciente delle fonti di stress sia quando ne è inconsapevole. Lo stress è costantemente presente e fa parte del nostro comportamento. Se però la reazione è troppo attiva è facile che possa dar luogo a effetti secondari
  3. lo stress non è una reazione aspecifica come riteneva Selye. I circuiti che consentono di attivare la risposta sono diversi e diverse le modalità di risposta. (Asse ipotalamo-ipofisi-surrene, via chimica che attiva la produzione di cortisolo. Sistema ormonale midollare del surrene- produzione di adrenalina. Sistema nervoso simpatico- produzione di noradrenalina) Per ogni fonte di stress i cambiamenti sono associati a comportamenti più o meno articolati.
Nel 1988 Bruce McEwan introduce il concetto di ALLOSTASI.
Se omeostasi significa tornare al medesimo stato di prima, l'allostasi è l'ottenimento della stabilità attraverso il cambiamento.
Noi non siamo una realtà statica nè lo è il mondo intorno a noi, perciò l'adattamento è un processo sempre attivo. Noi non torniamo mai esattamente alla situazione di prima e ogni cambiamento lascia una traccia.
Dal punto di vista della sopravvivenza i processi legati all'allostasi hanno effetti protettivi a breve termine ma nel lungo termine si determina un accumulo che viene definito carico allostatico.
Se il carico allostatico diventa sovraccarico l'organismo e tutto l'individuo cominciano a soffrire.
Da studi sulla rilevanza del carico allostatico nella previsione dello stato di salute nel futuro si è rilevato che quanto più è alto il carico allostatico (cioè siamo in presenza di alti livelli di stress) tanto più alti saranno a distanza di anni i livelli di mortalità generale e di malattie cardiometaboliche e tanto più bassi saranno i livelli di autonomia (come capacità fisiche e cognitive) delle persone .
Chi invece ha un carico allostatico basso o medio basso (e cioè è meno stressato) avrà una prospettiva di vita più lunga, più libera da malattie cardiovascolari e metaboliche con migliori abilità intellettive e funzionalità fisica.

La buona notizia è che lo stress, entro certi limiti, non è causato dall'entità effettiva degli stimoli avversi che l'organismo si trova ad affrontare bensì dal valore che lo stesso organismo conferisce loro. E' legato cioè alla lettura soggettiva degli avvenimenti. Naturalmente le richieste che vengono poste all'organismo sono dati oggettivi ma le valutazioni riguardo la possibilità di farvi fronte o meno è, in molti casi, soggettiva. Questo riporta, in parte, nelle nostre mani il potere o la possibilità di affrontare le cose.
Tra i molti sistemi a nostra disposizione per aiutarci a ridimensionare lo stress, posso segnalare i Fiori di Bach che, spesso, hanno un'efficacia notevole nell'aiutare a riequilibrare gli stati emotivi. Nel mio lavoro di counselor suggerisco spesso, se la persona lo gradisce, di integrare i colloqui con l'utilizzo dei Fiori e nella gran maggioranza di questi casi ho potuto osservare quanto i due sistemi riescano ad integrarsi e quali effetti positivi si possano ottenere grazie a questo connubio.

Dalla trascrizione della conferenza che il dott Bach tenne a Wollingford nel 1936:
"Nella vita ordinaria di ogni giorno, ognuno di noi ha un proprio carattere. Questo è composto dalle nostre preferenze, dalle nostre avversioni, dalle nostre idee, dai pensieri, dai desideri, dalle ambizioni, dal modo con cui noi curiamo gli altri, e così via.
Ebbene, questo carattere non appartiene al corpo, è della mente; e la mente è la parte di noi stessi più delicata e sensibile. Perciò non dobbiamo meravigliarci se la mente con i suoi vari stati d'animo sarà la prima a mostrare i sintomi della malattia; ed essendo così sensibile, sarà per noi una guida nella malattia migliore di quella dipendente dal corpo".
E ancora, poco più avanti:
"...E infine, un'ulteriore categoria: le persone che stanno bene, forti e in salute, e tuttavia hanno le loro difficoltà.
Il lavoro di tali persone è reso più difficile dall'ansia eccessiva di fare bene, oppure si sforzano e si stancano per il troppo entusiasmo; altre hanno paura di sbagliare, immaginandosi non così abili quanto gli altri; altre sono incapaci di decidersi su quello che vogliono; altre hanno paura che succederà qualcosa alle persone a loro care; c'è chi teme sempre il peggio, persino senza alcuna ragione; ci sono quelle che sono troppo attive e senza riposo e non sembrano mai in pace; quelle che sembrano troppo sensibili e schive e nervose, e così via. Tutti questi stati d'animo, sebbene non si possano chiamare malattie, causano infelicità e ansia; tuttavia possono essere tutti corretti e una gioia accresciuta entra nella vita". 


Maria Chiara Verderi

fonti:
D. Lazzari, F. Bottaccioli, A. Damasio, J. Ledoux, C. Pert, D.J. Siegel, D. Boadella - J. Liss,  R.M. Sapolsky, R. Dawkins, V.S. Ramachandran, P.A.Levine, E. Bach

I Fiori di Bach nell'attraversare il guado

  di Achille Tironi - Volontario AHMIS (Amici Hospice Malattie Infettive Sacco) 

 

 

La conobbi attorniata da un nugolo di amici. Era distesa sul letto con il braccio sinistro consegnato ad una flebo e la sacca di alimentazione che incombeva sulla destra. Il viso aveva i tratti di una donna più vicina ai sessanta che ai cinquanta, ma da lei emanava ancora freschezza, forza e il fascino di un vissuto assaporato. Discorreva animatamente tranquillizzando i convenuti: l'espressione esibiva bagliori socratici, ma un occhio attento poteva cogliervi anche istanti di smarrimento e forse di black out interiore.

Alla presentazione di rito seguì una TAC integrale: lasciai che il suo sguardo mi scandagliasse e poi trovasse riposo nel mio che mai si era staccato dai suoi occhi. Ci eravamo incontrati e il silenzio era sufficiente a dirci che questo bastava: entrambi coltivavamo l'attesa di una conoscenza più approfondita, rimandata ad un momento meno affollato.

Nei giorni successivi aveva apprezzato il mio braccio come sostegno durante le prime escursioni in corridoio e, di ritorno, appoggiata al guanciale con un sorriso appena accennato, si disponeva a riprendere fiato e attendeva con paziente interesse qualche mia confidenza.

P. viveva uno spazio familiare ed io non ho memoria di una camera di ospedale abitata e vestita da così armoniosa presenza.

Sul tavolino aveva assiepato, con studiato distacco, i suoi strumenti di lavoro: computer, carte, libri e ricordi. Stavano lì per farle compagnia, senza imporre la loro presenza. Sul davanzale della finestra aveva disposto, come in un angolo di pasticceria, caramelle e biscotti riservati all'accoglienza di conoscenti ed amici. Aveva chiesto ed ottenuto un secondo comodino che subito aveva relegato a ridosso dell'armadio, collocandovi il materiale sanitario a lei destinato, coperto da un telo bianchissimo.

P. scandiva le ore del giorno e della notte utilizzando letto, poltrona e sedia, trascinandosi appresso, "Appesa al pennone", la sacca di alimentazione.

"Sono un'oca da ingrasso! Aspettano che cresca di peso per farmene un'altra". Riteneva che non ci fosse bisogno di precisazioni ulteriori per capire di cosa stava parlando e il sorriso si mimetizzava all'istante dentro un colpo di tosse.

La televisione era accesa solo all'orario di cena, dopo aver congedato gli amici venuti a farle visita. La ascoltava soltanto, tenendo gli occhi puntati sulla porta della stanza, perennemente spalancata.

Nel suo lavoro P. aveva riservato una collocazione centrale alle persone, proprio perchè per loro e con loro costruiva la scena, dentro la quale dava forma agli eventi che era chiamata ad organizzare.

Ma se per lei era naturale ascoltare io ritenni imperativo consentirle questo ruolo, diventando per lei una sorta di specchio destinato a riflettere le sue emozioni. Mio compito era filtrarle, attenuandone i picchi e mitigandone l'intensità.

P. conosceva i Fiori di Bach e non mi fu difficile corrispondere alle sue richieste lasciandole descrivere le emozioni con le parole che lei preferiva utilizzare. Poche parole, ben levigate come i sassi raccolti sul greto del fiume, ciascuna con dentro una storia.

Inquieta, si sentiva assalita, dilapidate delle sue energie, proprio in un momento in cui le chiamava tutte a raccolta. "Mi sento come in mezzo al guado. Mi è costato molto decidermi ad attraversarlo. Ora temo di non avere la forza di riuscire ad arrivare dall'altra parte. Guardo e mi sembra che la sponda si sposti sempre più lontano".

La malattia l'aveva aggredita con violenza ed ogni tentativo esperito per contrastarla si era rivelato inefficace. Aveva voluto conoscere con precisione il quadro clinico, condividendo con i medici di sottoporsi ad un possibile ulteriore tentativo, recuperando preventivamente la condizione per affrontarlo.

P. descriveva la sua paura come presentimento di non riuscire a raggiungere la sponda del guado e un'ansia mai provata prima la mordeva nella sua determinazione profonda (Aspen) provocandole una perdita di certezza, quasi una sensazione di svenimento. Era come se lei avesse accettato di tentare il guado senza una vera convinzione, ma solo per far piacere agli amici in camice bianco (Gorse).

Lei non era fatta così, sapeva misurarsi con la vita, dava del tu alle difficoltà senza abbassare lo sguardo: se c'era entrata, ora da questo guado intendeva pure uscire riacquistando le forze con le quali sarebbe ritornata anche la fiducia di riuscire (Olive).

Trascorsero un paio di settimane nelle quali si sforzava di coltivare ottimismo (Mustard). Mi cercava e mi ascoltava volentieri quando le raccontavo delle mie idealità di adolescente e di come la vita le avesse messe alla prova conferendo loro una concretezza inopinata.

P. si calava nel mio racconto apprezzando i colori con i quali descrivevo le mie emozioni. Lei desiderava tanto tornare a casa e ci coinvolse nella ricerca di una badante che, senza avere altre priorità, potesse assicurarle vicinanza e aiuto.

Benchè la sua situazione presentasse evidenti segnali di peggioramento lei continuò con perseveranza a definire in modo più preciso il suo obiettivo, facendo precedere al momento del suo ritorno a casa un fine settimana in casa di amici in riva al lago.

Decidemmo di sostenere questa sua attesa evitando che, per esaurimento delle forze, lei rimanesse schiacciata nella sua determinazione (Oak).

Si rendeva conto, anche se cercava di nasconderlo agli altri oltre che a se stessa, che si presentava davanti a sè una situazione che avrebbe richiesto inopinati adattamenti, capaci di minare la sua sicurezza (Walnut).

Con noi non utilizzò mai espressioni che autorizzassero a pensare che, assalita da angoscia e prostrazione, lei fosse ormai al limite. Nonostante questo modificammo la preparazione dei Fiori sostituendo Gorse, Olive, Mustard e introducendo una protezione per l'angoscia insuperabile (Sweet Chestnut).

Cercammo anche di aiutarla a rinunciare alle barriere che frapponeva alla manifestazione delle sue nuove emozioni (Agrimony) nascoste dietro un'apparente serenità. La notte non era più la stessa per lei, il fuoco dell'ansia aveva bisogno di essere spento (Mimulus) e la sua intransigenza corretta (Rock Water).

P. riuscì nel suo intento e trascorse un fine settimana in riva al lago, ospite di alcuni amici. Il rientro a casa con la badante durò poco più di una settimana e poi le complicazioni indotte dalle metastasi ormai fuori controllo la costrinsero ad un ricovero d'urgenza.

Feci in tempo a salutarla, sfiorandole la mano e leggendo il suo saluto dentro il movimento dei suoi occhi. Il giorno successivo l'accompagnammo con la preghiera.






Achille Tironi 

Integrazione di Counseling e Fiori di Bach nell'elaborazione del lutto





Questa è la storia di quello che potrebbe essere definito da qualcuno un lutto "poco importante". Colui che se ne va, infatti, è "solo" un cane.
Tuttavia un evento doloroso come questo ha il potere di sconvolgere gli equilibri, di traghettare dolorosamente una persona da una vita tranquilla e normalmente funzionante ad un baratro di smarrimento e desolazione apparentemente senza rimedio, di mettere a confronto con il tema dell'abbandono, di rievocare lutti, reali o metaforici, del passato, di costringere a riesumare ricordi di antichi dolori che si credevano oramai superati.
Un pò come quando in mare devi alare una boa e scopri che è incredibilmente pesante, molto più pesante di quel che dovrebbe essere. Quando alla fine riesci a riportarla a bordo scopri che il peso è dovuto ai molluschi, alle alghe e alle concrezioni che si sono inaspettatamente formate al di sotto della superficie dell'acqua, fuori dalla nostra vista. 

Grazia (nome di fantasia) è una madre di famiglia tranquilla e impegnata cui, da un giorno all'altro e senza preavviso, muore il cane.
Arriva per un percorso di Counseling dietro suggerimento di una sua amica preoccupata per l'intensità con cui Grazia si è lasciata travolgere da questo avvenimento.
Grazia ha una vita piena, un figlio e un lavoro che la impegna e la appassiona, tanti amici e tanti interessi. La morte del cane però la butta in un baratro di angoscia che lei stessa per prima non comprende.


Durante il primo colloquio non fa che piangere. Piange per lo choc dovuto a quanto accaduto, certo, ma anche perchè è tormentata dal dubbio che il dolore che prova abbia un'intensità e una profondità che vanno oltre il fatto in sé e che la spaventano. Riferisce di avere crisi di panico senza apparente motivo. E' molto spaventata anche per l'effetto che l'angoscia che lei prova possa avere sul figlio.
Le propongo di aiutarsi utilizzando anche i Fiori di Bach e spiegandole l'effetto di riequilibrio degli stati emotivi che i Rimedi possono favorire. Grazia acconsente di buon grado: è proprio la percezione dello straripare straziante di emozioni e il fatto che persone a lei vicine non comprendano e giudichino "eccessiva" la sua reazione ciò che la sgomenta.
Poichè ha parlato di preoccupazione per suo figlio scegliamo insieme Red Chestnut, aggiungiamo Aspen per le crisi di panico immotivate, Star of Bethlehem per lo choc, Walnut per dare una protezione a quello che prova e per non farsi influenzare dal giudizio altrui e Sweet Chestnut per trovare sollievo alla sua angoscia in una situazione ineluttabile.
Grazia torna a casa leggermente sollevata ma mi confiderà più avanti che mai si sarebbe immaginata che questo sarebbe stato per lei l'inizio di un "viaggio emotivo" profondissimo che l'avrebbe portata a contatto con emozioni vecchissime e, apparentemente, dimenticate.

Dopo una settimana aggiungiamo Honeysuckle per stemperare la tremenda nostalgia che emerge prepotente per il suo cane, così amato, e per la vita precedente questo triste evento che, dice, non potrà mai più tornare.

Durante l'incontro successivo mi parla, stupefatta, di quanti pensieri siano emersi nel frattempo. Mi parla di tremendi complessi di colpa: "Se mi fossi curata più di lui, se lo avessi osservato meglio, se non fossi sempre così impegnata, forse mi sarei accorta che qualcosa non andava bene e avrei potuto aiutarlo, magari non sarebbe morto". Mi racconta che, dopo una crisi di panico, le venne un pensiero: "Ho paura che il mio cane mi punirà per quanto ho fatto di sbagliato nei suoi confronti e per quanto invece non ho fatto. Ma è assurdo! Lui mi amava e io amavo lui!" Mi racconta anche di quanto senta di non essersi meritata quanto le è accaduto. Cambiamo quindi mix e scegliamo di nuovo Honeysuckle per la nostalgia, ancora ben presente, Star of Bethlehem per lo choc non ancora superato e Sweet Chestnut per accettare l'inaccettabile, aggiungiamo inoltre anche Pine per il senso di colpa che la assale, Mimulus per la paura e Willow per la sensazione di amarezza che prova, la sensazione di essere una vittima.

Proseguendo con gli incontri emergono altre emozioni molto forti. Grazia mi racconta di essere stata travolta da una rabbia fortissima nei confronti sia di chi vedeva passeggiare al parco con il proprio cane mentre il suo non c'era più, sia nei confronti del suo stesso cane tanto amato ma da cui era stata abbandonata, sola, in balìa degli eventi. "Con tutto quello che ho fatto per lui, le vacanze cui ho rinunciato per non lasciarlo al canile, le fatiche per tenere pulita la casa con un cane e un bambino piccolo e, dopo tutti questi sacrifici, lui se ne va vai così, senza pensare a quello che sarebbe stato di me! Ma poi mi son sentita una persona orribile: arrabbiarsi con il mio povero cane perchè è morto! Non è una cosa terribile? E io adesso cosa faccio? Per me non c'è più nulla adesso". Prepariamo il nuovo mix con Sweet Chestnut, Pine e Honeysuckle ma aggiungiamo Holly per la rabbia, Willow per la sensazione di aver tanto fatto senza aver ricevuto il giusto in cambio e Gorse per la sensazione di non aver più voglia di continuare, di non avere più speranza.

Successivamente ecco un'altra sorpresa. Grazia mi racconta che una notte si è svegliata con una certezza: la morte del cane aveva risvegliato il dolore provato da bambina per la morte della nonna da cui si era sentita profondamente e incondizionatamente amata e che, a suo tempo, aveva soffocato e nascosto perchè era un sentimento troppo devastante e spaventoso per una bambina piccola qual'era. A questo punto si è aggiunta la paura di non riuscire più a contenere le emozioni che giorno dopo giorno erompevano e una sensazione fortissima di ingiustizia per le disgrazie accadute quando si è troppo piccoli e non si hanno ancora gli strumenti per affrontarle. Prepariamo un nuovo mix con Star of Bethlehem visto che lo choc per la morte della nonna era emerso in tutta la sua potenza, di nuovo Sweet Chestnut e Walnut, aggiungiamo poi Cherry Plum per la sensazione di perdere il controllo delle proprie emozioni e Vervain per il senso di ingiustizia "cosmico" vissuto.

Un'altra tappa nel cammino viene raggiunta quando Grazia mi racconta di aver scoperto che il dolore provato riguarda senz'altro le morti del cane, della nonna e di altre figure importanti mancate nell'infanzia e nella giovinezza ma anche altre "morti": quelle di progetti, ideali e speranze che erano state importanti per la sua vita e non si erano realizzate. Così scegliamo di nuovo Star of Bethlehem, Sweet Chestnut, Willow, Holly e Honeysuckle e aggiungiamo White Chestnut a causa del desiderio di far cessare questo continuo logorante rimuginare e Wild Rose per il senso di rassegnazione e di apatia che era subentrato a questa tempesta di emozioni.

Da questo incontro i colloqui diventano pian piano sempre meno angoscianti e, poco alla volta, si manifesta un nuovo senso di speranza che Grazia definisce "debole come un foglio di carta velina" ma che, finalmente, viene sentito presente e che si rinforzerà ogni volta un pochino di più.
Ha ancora crisi di pianto per tutte le perdite così strazianti vissute ma sono di durata sempre più breve e, insieme al pianto, fanno finalmente capolino anche il sorriso e la speranza.
Dopo pochi altri incontri Grazia ed io ci salutiamo commosse con un abbraccio fortissimo.


Abbiamo percorso insieme un tragitto molto intenso e, grazie ai fiori di Bach e alla disponibilità di Grazia di accettare e osservare tutti i sentimenti che via via sono emersi, anche quelli meno nobili o più difficili da riconoscere come propri, siamo riuscite a individuare e a dare un nome e un ordine a un magma di emozioni che apparivano tanto inestricabili da procurare spavento e, pian piano, a lasciarli andare.
Il cammino non è concluso: l'elaborazione di un lutto richiede tempo e pazienza ma Grazia si sente più forte e ritiene di poter proseguire da sola. Poichè durante i nostri incontri si è risvegliato il dolore per la perdita di persone importanti nella vita di Grazia e avvenuti in età infantile, ragioniamo insieme, nel caso questi ricordi dovessero ripresentarsi e continuare a generare angoscia, riguardo l'eventualità che Grazia ricorra ad una aiuto più profondo. Mi rendo quindi disponibile, in questo caso a indirizzarla presso psicoterapeuti che conosco e che stimo.
Grazia ed io ci siamo incontrate 12 volte. Durante le primissime volte il mix veniva cambiato ogni settimana per contenere la ridda di emozioni che la impattavano con tanta forza. Mano a mano che il nostro rapporto proseguiva il mix è stato utilizzato prima per 2 settimane poi per 3 settimane, come accade nella maggioranza dei casi.  
  
Maria Chiara Verderi
 

I FIORI DI BACH E LA DETERMINAZIONE DEL CUORE

di Achille Tironi - Volontario AHMIS (Amici Hospice Malattie Infettive Sacco)



La vidi una prima volta distesa nel letto, appoggiata sul fianco sinistro sotto un copriletto bianco che l'avvolgeva fino alle spalle. I capelli erano trascurati e una smorfia del viso rendeva manifesta la difficoltà nel respiro, sostenuto con ossigeno. I lineamenti, levigati nel pallore, avvertivano di una esistenza provata ma anche di una resistenza impavida.
Gli occhi erano chiusi e le palpebre scosse a tratti da un tremito che coinvolgeva tutta la sagoma raccolta come una falce di luna. Oltre il gorgoglio dell'ossigeno niente altro in quella stanza si sovrapponeva al ritmo ansioso del respiro. Le tendine socchiuse consentivano allo sguardo di cogliere un disordine motivato dalla consapevolezza di aver provveduto in fretta all'essenziale: tutto il resto poteva attendere che la paziente si riavesse dalla prostrazione provocata dal trasferimento.
Mi ritirai con la leggerezza dello sguardo spegnendo sul mio volto il sorriso che avevo riservato al primo incontro con i suoi occhi.
Mi avevano descritto, con parole adatte alla mia comprensione, la situazione di questa donna quarantenne e quindi ero consapevole di che cosa si celasse dietro quell'asettica definizione di "prognosi infausta", con la quale era stata accolta presso il nostro reparto.
Il male l'aveva aggredita al punto che ormai le teneva stretto la gola e non le dava pace. Dopo una serie di interventi e di terapie aveva trascorso un periodo in assistenza domiciliare e il suo compagno D. le era stato sempre più vicino, abbandonando il lavoro pur di assisterla giorno e notte.
A. portava su di sé i segni di un intervento chirurgico che le aveva permesso fino a quel momento di respirare: la valvola, fissata al collarino, per un certo periodo aveva dato fiato non solo ai bronchi ma anche alla sua anima, consentendole di ricamare ancora giorni di intense emozioni dentro gli spazi familiari, accanto alla persona e alle cose che avevano sostenuto il suo sogno di felicità.
Qualche momento più tardi, all'imbocco dell'ascensore, il mio sguardo incontrò quello di D. che entrava con passo deciso, le borse appese, e gli occhi più veloci della bocca nel chiedere: "Dorme ancora?".
Non voleva lasciarla sola in quel momento e, tolta qualche ora del mattino che lo vedeva correre a casa per la cura personale e il disbrigo di qualche faccenda di cui è sempre piena la cassetta della posta, questa sarà la sua primaria occupazione nei mesi di degenza di A.
Consegnate le medicine alla infermiera, frenato il galoppo dei sentimenti, rispose con un sorriso senza sponde al mio saluto. Qualche momento più tardi, accostati al muro, lasciando libero il corridoio, accolsi la piena delle sue confidenze e, avvolto nei gorghi della sua premura e delle sue paure, non riuscii a rendermi subito conto della evidenza più bella e importante: la determinazione del suo cuore.
La sera, poco prima di lasciare il reparto, entrando nella stanza per salutare gli ospiti, incrociai lo sguardo di A. ancora molto provata. Mi ritirai certo che avesse percepito, nella affabile risposta di D., una mia attenzione nei suoi confronti pronta a sbocciare ed essere colta come un fiore di campo.
Nei giorni successivi ebbi modo di avvicinarmi a loro e proporre nella ciotola, sul davanzale ormai pieno di libri e di innumerevoli altre cose, una serie di Fiori che aiutassero entrambi a tenere conto di una realtà (Clematis) più spigolosa e pungente dei sogni, eppure grandiosa per quello che aveva saputo fare di loro.
Ritenevo, inoltre, di poterli aiutare a liberarsi da quell'atteggiamento di complicità volto a relativizzare il loro problema (Agrimony), quasi a nasconderlo l'uno all'altro, per poi portarne da soli il peso interiore.
Serviva anche una protezione nei confronti della paura per imparare a conviverci senza temere di perdere l'autocontrollo (Cherry Plum). Quando ci si ostina a non guardarla in volto come possibilità e limite che ci accompagna si finisce poi per temerne ad ogni istante l'assalto, senza mai poter godere di un effettivo rilassamento.
Insieme a Maria Chiara decidemmo anche di aggiungere altri due Fiori per aiutare A. ad affrontare la nuova tappa della sua esistenza, quella ultima e più difficile (Walnut) staccandosi con leggerezza da ciò che in lei poteva generare sofferenza.
Intendevamo anche offrirle la possibilità di guardare con occhio limpido al proprio corpo segnato dalla malattia (Crab Apple) ma ancora adatto ad esprimere la sua personalità.
Seguirono giorni decisamente amabili e Settembre accendeva i colori di una natura rigogliosa: ci inoltrammo insieme diverse volte nel parco e, raggiungendo il laghetto con i germani e le carpe, contemplavamo in silenzio le ninfee che oramai avevano preso il sopravvento nel piccolo specchio di acqua.
A. si mostrava divertita per queste passeggiate sulla carrozzina e assorbiva i raggi del sole insieme alle coccole di D. mentre questi rivoltava con noi le pagine di una vita insieme, iniziata e condivisa negli studi televisivi, lei come segretaria di produzione e lui come tecnico delle luci.
Godeva di questo racconto e del significato che D. conferiva allo stesso: la malattia li aveva strappati a questa ribalta fatta di luci, amicizie, incontri e li aveva obbligati a ricercare la gioia di una intimità scandita giorno per giorno senza interrogarsi sul futuro.
Le scelte erano venute di conseguenza, condividendo di volta in volta le priorità che il cuore e le emozioni illuminavano davanti ai loro passi.
Nei momenti passati in stanza A. godeva nel colorare fotocopie di gattini di cui aveva tappezzato la camera e che regalava alle infermiere. Ancora oggi, nel locale dei farmaci, sono appesi al muro alcuni Mandala che lei ha voluto lasciarci in ricordo.
Arrivarono troppo presto giorni difficili nei quali si fece evidente la preoccupazione dell'uno per l'altro (Red Chestnut) e, in D., anche una certa severità con se stesso nel mantenere alti gli standard di attenzione e premura nei confronti di A. (Rock Water).
Verso la metà di Ottobre pertanto sospendemmo di inserire nella preparazione i Fiori Clematis e Agrimony orientando la nostra attenzione a queste nuove emozioni.
Era iniziata nel mese di Ottobre una forma di sedazione leggera per aiutare A. a superare i momenti in cui la fame d'aria diventava insopportabile. L'attenzione dei medici e delle infermiere era rivolta a farle superare queste aggressioni della malattia non altrimenti controllabili, consentendole un risveglio agli affetti che ha sempre mostrato di apprezzare e coronare con sorrisi distribuiti senza risparmio.
E così, anche con i Fiori, nei momenti di crisi abbiamo cercato di sostenere la perdita di sicurezza rinnovando in lei fiducia e speranza (Gorse), godendo del sorriso colmo di gratitudine che ritornava sul suo volto.
Quando, nelle festività di Natale, il suo cammino si volse a conclusione la aiutammo a lasciarsi andare e riposare (Oak).
A. si addormentò per sempre il 30 Dicembre alle ore 20,30. Gli occhi di D., lucidi di pianto, chiedevano consolazione mentre dispensava abbracci.

Achille Tironi


FIORI DI BACH: FARE AMICIZIA CON LE EMOZIONI

 

Le emozioni sono reazioni innate e automatiche del nostro organismo agli stimoli reputati significativi, dal punto di vista della sopravvivenza e della continuazione della specie, provenienti dall'ambiente esterno (minacce, aggressioni, suoni forti, spaventi, ...) o anche dall'ambiente interno (dolore fisico, sostanze nocive, febbre e altre malattie, esposizione al freddo...).
 Le informazioni significative che ci colpiscono attraverso i sensi generano immediatamente una situazione di allarme e quindi molte risorse cerebrali sono chiamate ad occuparsi del problema. L'obiettivo è uno solo: di fronte ad un pericolo o ad altre reazioni emotive intense non abbiamo tempo da perdere nè risorse mentali da sprecare, ogni nostra risorsa viene utilizzata per prepararci ad attivare reazioni efficaci e molto veloci.
Un'altra funzione importante delle emozioni è quella di trasmettere agli altri il contenuto delle nostre risposte. Darwin per primo osservò che sia gli esseri umani di tutte le culture sia gli animali posseggono un repertorio di espressioni che, in momenti ad alto impatto emotivo, hanno il compito di avvertire gli altri delle intenzioni comportamentali successive. Se notiamo un cane che mostra i canini possiamo immediatamente dedurre che la cosa migliore da fare è allontanarsi! Anche negli esseri umani l'espressione della rabbia non è poi molto diversa.

Quando un impulso attira la nostra attenzione si verificano nel nostro organismo tutta una serie di attività neuronali e chimiche volte a mettere l'organismo in condizione di rispondere il più rapidamente possibile allo stimolo. I sensi inviano le informazioni all'ipotalamo e da lì partono due serie di segnali: uno ormonale diretto a ipofisi e ghiandole surrenali che produrranno una mobilizzazione generale delle risorse dell'organismo. Una gran quantità di energia viene sottratta a funzioni che in quel momento non sono urgenti e resa disponibile per affrontare la situazione critica.  L'altra via, quella nervosa, incrementerà l'attività cardiaca, la pressione e il flusso sanguigno così che, senza nemmeno averci consciamente pensato, ci ritroveremo l'apparato muscolare perfettamente pronto all'azione.
L'effetto è più o meno questo: "Attenzione! succede qualcosa!" "Dobbiamo allontanarci o avvicinarci?" "Ok! Allora AZIONE!"

Le emozioni principali o di base comunemente classificate sono paura, rabbia, disgusto, sorpresa, gioia e tristezza.
Oltre ai meccanismi automatici l'educazione e l'acculturazione apportano un insieme di strategie di decisione socialmente ammissibili e desiderabili che, a loro volta, rafforzano la sopravvivenza.
I sentimenti, invece, sono le esperienze mentali private di una emozione, sono l'esperienza di ciò che il corpo fa mentre prova un'emozione.
La nostra vita è costituita da cicli continui di emozioni seguiti da sentimenti di cui veniamo a conoscenza e che a loro volta generano nuove emozioni in una polifonia continua che accompagna i nostri pensieri, le nostre azioni ed i nostri comportamenti.

Quando siamo in preda ad una eccitazione emotiva, questa inevitabilmente dominerà e controllerà il nostro pensiero razionale. Viceversa il pensiero razionale non riuscirà a prendere il posto delle emozioni. Le emozioni ci capitano, sono al di fuori della nostra volontà, non possiamo generarle a comando e non possiamo avere un controllo diretto su di esse.
Vale a dire che non basta ripetersi che l'ansia scompaia affinchè questo accada o sentirsi raccomandare di "non pensarci più" per sentirci meglio.

Platone ritiene che l'intelletto dell'uomo debba tenere sotto controllo la forza delle passioni proprio come ad un valente auriga è dato guidare la smania dei destrieri.
La cultura cristiana condivide all'origine l'identica diffidenza nei confronti delle passioni e delle emozioni che le alimentano e si orienta a concepire la norma morale come la "recta ratio" che governa il cosmo, alla quale occorre conformarsi rendendo irrilevante la passione, le sue illusioni e suggestioni.
Persino il sistema giuridico tratta i delitti passionali diversamente dagli altri proprio ad indicare la grande difficoltà a contenere e controllare le azioni che scaturiscono dalle esplosioni emotive.
In realtà le emozioni in se stesse non sono nè buone nè cattive, sono semplicemente un aiuto fornitoci dall'evoluzione e che noi possiamo usare più o meno bene.

Moltissimi sono i metodi per aiutarci a contenere i nostri stati emotivi, oggi tutti noi abbiamo la fortuna di poter scegliere tra una vasta gamma di sistemi e discipline, bisogna solo trovare quello che più ci convince e con cui siamo più in sintonia.
Ho potuto osservare che il metodo del dott. Bach è un aiuto eccellente indirizzato proprio a questo fine.
Ho constatato in molteplici occasioni che l'effetto dei Fiori riesce a dare invariabilmente un equilibrio a persone e animali in difficoltà con delicatezza e naturalezza. Non esistono stati emotivi negativi: esistono invece stati emotivi in disequilibrio. Non dobbiamo sopprimere le nostre emozioni ritenute inaccettabili, innanzi tutto perchè è pressochè impossibile e secondariamente perchè ogni emozione ed ogni stato emotivo hanno un lato magnifico e benefico. Come diceva il dott. Bach, non dobbiamo eliminare uno stato emotivo bensì intensificare le qualità positive di quello stesso stato affinchè vengano rimosse quelle negative corrispondenti.

Scrive Stefan Ball del Bach Centre nel suo libro "I Fiori di Bach":
"Sono "medicine" per le emozioni, il cui scopo è portare in equilibrio gli stati mentali negativi e risolvere i difetti del carattere sviluppando le virtù corrispondenti. Ciò significa che ognuno di noi può ottenere i benefici salutari derivati da una vita emozionalmente equilibrata. Poichè sono uno strumento semplice che ognuno può imparare ad usare, ci danno la possibilità di avere il controllo sulla nostra vita emozionale. Noi tutti possiamo essere in armonia con noi stessi e, come la Psiconeuroimmunologia sta dimostrando, basta questo per farci sentire meglio e più in salute."   


Maria Chiara Verderi

Ringrazio Beppe Giacobbe di cuore per la sua gentilezza nel permettermi di impreziosire questi pensieri con due delle sue bellissime illustrazioni!





Estratto da "IL COUNSELING INTEGRATO NEL PERCORSO ONCOLOGICO - L'ESPERIENZA DI UN VOLONTARIO COUNSELOR"

di Daniela Buvoli Scordamaglia BFRP - 2010

 





 

"Noi dobbiamo accogliere la nostra esistenza quanto più ampiamente ci riesca:
tutto, anche l'inaudito, deve essere ivi possibile.
E' questo in fondo il solo coraggio che a noi si richieda:
il coraggio di fronte all'esperienza più strana,
più prodigiosa e più inesplicabile che si possa incontrare (...)
Non ricavate conclusioni troppo rapide a quello che vi accade;
lasciate che semplicemente vi accada."          (R.M.Rilke - Lettere a un giovane poeta)


"Da alcuni anni sono volontaria d'accompagnamento presso il reparto Oncologico e ora anche presso l'Hospice che si trovano all'interno dell'Ospedale di Casalpusterlengo. Occasionalmente sono disponibile anche per il servizio domiciliare. (...)
Sono consapevole che i modi di relazionarsi sono molteplici e dipendono dalle situazioni, dalle persone e dai momenti e come la mente ha una sua memoria, esiste anche una memoria del corpo.
Volevo imparare a essere presente e stare in ascolto dell'Inspiegabile, stare aderente al mio sentire senza indossare vesti non mie, stare nelle situazioni, fermarmi con presenza, corpo, pensieri, sentimenti.
Talvolta il malato e la malattia si osservano solo dal lato tecnico e non ci si sofferma sulle sensazioni e sentimenti o su sguardi vulnerabili e insicuri: gli occhi guardano, ma l'anima ed il cuore non partecipano se lo sguardo è vuoto d'interesse e l'orecchio non percepisce la musica tra due note o il silenzio tra due onde del mare.
"con che pace
con che splendore
sale la luna ad oriente"

Così ho iniziato la mia navigazione.

LE TECNICHE COMPLEMENTARI
Le tecniche complementari sono una serie di interventi che si avvalgono di saperi e abilità acquisiti e vengono mantenuti attraverso un percorso formativo specifico.
Sono applicabili a quasi tutti i malati, privi di effetti collaterali, non sono invasive o cruente, possono essere integrate a qualsiasi trattamento convenzionale e richiedono un contatto più frequente e prolungato con il cliente. Possono essere utilmente affiancate alle cure ufficiali sia infermieristiche che mediche e possono essere parte integrante del piano di cura in ambito preventivo, curativo, riabilitativo, palliativo e di accompagnamento della persona. Se vissute con consapevolezza, con compassione e con il cuore possono fare la differenza nella relazione perchè fanno parte di un progetto formativo individuale che porta ad un più ampio processo di cambiamento dell'individuo.

STEFANIA NELL'ANIMA
Stefania è entrata nella mia vita inaspettata. L'ultima cosa che avrei immaginato era che proprio l'oncologo con la psicoterapeuta mi chiedessero se fossi disponibile ad accompagnare questa giovane donna, caso non facile. Figlia unica, sposata senza figli, volitiva e consapevole, fin dall'inizio della malattia aveva voluto prendere in prima persona tutte le decisioni che la riguardavano.
Mi fu annunciata la sua patologia e un forte dolore lombare che la stava facendo molto soffrire.
L'oncologo sentiva che un sostegno ed un accompagnamento avrebbe potuto giovarle, ma Stefania rifiutava categoricamente gli approcci della psicologa: il cancro era suo.
L'oncologo, che sapeva delle tecniche complemetari che io usavo, le ha proposto massaggi, Reiki e rilassamenti e lei ha accettato.
(...)
Ho sperimentato che in genere i pazienti non sono negativi nei confronti di un sostegno anche con queste tecniche, ma sono altresì convinta che è necessario essere bene integrati in èquipe per valutare di volta in volta con la psicoterapeuta, i medici e gli infermieri, le persone che necessitano di un tale sostegno e che ci deve essere un buon coordinamento.
(...)
Se la richiesta di Stefania all'inizio era puramente fisica (il mal di schiena), poi è andata pian piano verso la richiesta di un accompagnamento personale e di ricerca di senso.
(...)

I FIORI DI BACH
Il cammino di Stefania attraverso i Fiori di Bach è stato per me stupefacente, nel vedere come durante i mesi cambiavano i suoi stati d'animo e la sua consapevolezza e come i Fiori fino all'ultimo hanno siglato il suo percorso e le hanno permesso di prendere consapevolezza e trascendere le sue emozioni.
Le sono stati proposti dopo che la nostra relazione si era approfondita e lei si affidava sia alla light touch terapy che ai rilassamenti. Dalle condivisioni, infatti, trasparivano forti emozioni che ancora non condivideva ed i Fiori le hanno permesso un'ulteriore presa di coscienza del suo cammino esteriore ed interiore.
Stefania è sempre stata consapevole e partecipe del significato di tutti i rimedi, fino agli utlimi scelti e condivisi, che ha assunto consapevolmente anche il giorno della sua morte.

I primi Fiori:
Mimulus per la grande paura di non guarire. Per il bisogno di coraggio.
Rock Water per la sua rigidità nei confronti di se stessa e dei suoi principi.
Red Chestnut perchè prima di se stessa continuava a preoccuparsi per i genitori e per il marito.
Agrimony: era profondamente triste e impaurita, ma di fronte agli altri si metteva una maschera.
Star of Bethlehem per affrontare ed integrare il trauma subito sia per la diagnosi, sia per lo shock in ospedale.

Poi:
Mimulus per la paura che sempre l'accompagnava e per la continua richiesta di coraggio.
Beech per l'intolleranza sempre più forte nei confronti del marito.
Cherry Plum perchè temeva di lasciarsi andare a gesti un pò violenti nei confronti del marito (gli aveva tirato un paio di piatti ed un posacenere...)
Crab Apple per uno sfogo alla pelle dato dalla chemioterapia e perchè non accettava certi cambiamenti nel suo corpo.

Poi:
Mimulus: la paura di non farcela ed il bisogno di coraggio non la mollavano mai.
Olive per l'estrema stanchezza fisica e mentale dovuta alle cure.
Pine per i sensi di colpa nei confronti di se stessa perchè si riteneva responsabile della sua malattia.
Impatiens: era irritata perchè doveva sbrigare ancora delle cose, andare in studio ecc. e non poteva aspettare.
Holly: il sentimento verso il marito si era tramutato in rabbia e rancore per quello che non dava a lei e concedeva a se stesso.

Poi, quando ha cominciato a peggiorare e le è stata proposta la cura sperimentale:
Mimulus per la paura che non la lasciava e per il grande bisogno di coraggio.
Gentian: era triste, pessimista e delusa e temeva di non farcela:
Larch: aveva bisogno di riprendere fiducia in sè e nelle proprie capacità di ripresa.
Willow per il senso di impotenza di fronte alla situazione che peggiorava e che doveva subire.
Scleranthus per la decisione riguardo la cura sperimantale.

In Hospice:
Walnut per il cambiamento dovuto all'operazione ed all'aggravarsi delle sue condizioni.
Mimulus sempre per farsi coraggio e avere meno paura.
Aspen per il senso di smarrimento per ciò che avrebbe potuto accaderle.
Gorse: sentiva di non avere più speranza. Era consapevole che ci sarebbe voluto un miracolo.
Holly: era molto arrabbiata e portava rancore al marito per la separazione, perchè non capiva le sue motivazioni ed era egoista.

Gli ultimi Fiori:
non ha più voluto Mimulus e sono stati scelti:
Walnut perchè era pronta a lasciare la vita, voleva andare e non voleva essere influenzata da chi l'amava e ancora la tratteneva.
Impatiens: era impaziente di andarsene e non ce la faceva più ad aspettare.
Oak per il suo senso del dovere che la spingeva a battersi fino in fondo anche quando era sfinita e per dare tempo agli altri di staccarsi da lei.

(...)

Perfettamente cosciente Stefania ha chiesto i Fiori fino a tre ore prima di morire perchè sentiva che l'aiutavano e le gocce erano oramai gli unici liquidi che riusciva ad accettare perchè non riusciva più a deglutire.

Stefania mi ha salutato, esattamente nove mesi dopo il nostro primo incontro, quasi una gestazione, la nascita di un nuovo essere, giorno per giorno, come una crisalide che diventa farfalla. Ma chi è la crisalide diventata farfalla? Stefania? Io? Ambedue? Sento che in questi nove mesi ognuna di noi due ha partorito l'altra."

"Non c'è essenza senza esistenza
nè esistenza senza essenza.

Le esperienze non si possono trasmettere
Ma solo descrivere
Perchè servano da stimolo a esperienze personali."   (Raimond Panikkar)

Daniela Buvoli Scordamaglia BFRP, Counselor, insegnante di Yoga, volontaria. 

Ringrazio di cuore Daniela che ha scritto queste parole e mi ha permesso di condividerle in occasione della conversazione sull'uso dei Fiori di Bach in Hospice che sono stata invitata a tenere al Master di secondo livello in Medicine palliative - Università degli Studi di Milano - Facoltà di Medicina - nel novembre 2012 


 

 

LA STORIA DEL NOSTRO AMICO M.

di Agnese Cattoretti BFRP- 2012


M., specializzato in medicina dello sport e geriatra, entra in ospedale il giorno del suo 59esimo compleanno e, dopo una settimana, verrà trasferito all'Hospice Floriani dell'Istituto dei Tumori. La sua situazione fisica è al limite: i valori del sangue e l'avanzamento delle metastasi partite da linfonodi nel collo e torace fanno decretare ai medici la terminalità.

Fin dal primo giorno del ricovero acconsente ad assumere i Rimedi.
Red Chestnut: ha due figli di cui una di 10 anni verso cui ha molta preoccupazione
Mimulus: ha paura del dolore e della morte
Sweet Chestnut: ha una compagna di 25 anni più giovane e di cui è fortemente innamorato e sente una dolorosa angoscia all'idea di doversene andare
Crab Apple: lamenta nausee devastanti che negli ultimi 5 mesi gli hanno impedito di alimentarsi con facilità e per la vergogna degli orrendi bozzi che gli stanno crescendo sul collo e vicino alla clavicola
Olive: lamenta una stanchezza infinita con mancanza di energia
Walnut: perchè dice di fare fatica ad abituarsi all'idea di essere lì, ai rumori della camera d'ospedale, agli odori, agli sguardi un pò spaventati di alcuni amici che lo vengono a trovare...

Dall'inizio del trattamento comincia a dormire bene, la giovane compagna riferisce di aver riscontrato che se si sveglia con agitazione questa viene placata nel giro di poco dall'assunzione dei Rimedi. Torna il buonumore. La vera forza fisica non è mai tornata (fa fatica ad alzarsi per andare in bagno) ma si sente decisamente più forte e la sudorazione che lo spossa viene sentita in modo meno sfibrante. Ha la sensazione di sentire un corpo più tonico.

Dopo 4 giorni circa chiede un rimedio per sentirsi più sprint, vorrebbe più voglia di fare, di vedere più persone, ecc. Viene aggiunto Hornbeam.

Viene trasferito all'Hospice. Verifico se per lui è un trauma ma è totalmente consapevole di cosa stia capitando e mi viene detto che era conscio da anni che sarebbe finita così. Il suo è proprio un dolore Sweet Chestnut.

Si prosegue con questo mix fino al giorno in cui gli si gonfia una gamba e M. si demoralizza di poter proseguire come è stato fin'ora. E' sconfortato. Viene tolto Olive perchè dice di non sentire più la spossatezza e viene aggiunto Gentian proprio per lo sconforto.

Con questo mix il suo umore ritorna immediatamente buono, decide di vedere la figlia che non voleva vedere perchè preoccupato che per lei fosse uno shock. E viene anche visitato dall'anziana madre 85enne. Dopo 2 giorni Gentian non serve più.

Una notte viene preso da un grande improvviso spavento (Rescue) e qui inizia una rapida china con periodi di incoscienza alternati a momenti di lucidità in cui ancora fa battute, scherza e ride.

La situazione precipita e l'ultimo periodo lo passa in semiincoscienza tranne una notte in cui apre gli occhi e dice "Buongiorno" all'infermiera e "Tu sei il mio amore" alla compagna. In questo periodo viene continuamente spruzzato Rescue tutto intorno.

La situazione si fa ancora più critica: blocco renale ed edema in tutto il corpo. L'acqua nei polmoni comincia ad essere invasiva quindi viene broncoaspirato ad intervalli di due o tre ore. Per questo motivo i medici lo sedano. Viene spruzzato Rescue tutto intorno.

Dopo 2 giorni il respiro torna regolare, è incosciente e sedato, si continua con il Rescue intorno.

Lo stato fisico è allo stremo, ma stenta a morire. Tutti: parenti, infermieri e amici si chiedono come mai riesca a resistere così a lungo. Finalmente l'ex compagna, che non vedeva da 8 anni e con cui era in contrasto, lo va a trovare: 5 minuti dopo che è uscita dalla stanza spira serenamente in soli 2 respiri.

Il giorno del decesso, dopo che la salma viene trasferita, interrogo una delle infermiere che lo aveva curato in questo periodo di ricovero in Hospice. Le chiedo sull'andamento di M. alla luce del fatto che sia stato trattato con i Rimedi e mi dice che ora si spiega come mai questo paziente fosse così tranquillo e i loro amici e parenti pure.
Non sono stati quasi mai utilizzati ansiolitici o ipnotici per indurre il sonno, dopo quella notte con quel grande spavento improvviso, ho fornito la sua compagna del Rescue e da allora non c'è più stato bisogno di alcun farmaco ansiolitico.

Riguardo alla morfina l'infermiera dice che una dose cospicua o piccola non sono indicative perchè dipende dalla soglia del dolore, ecc, del paziente, ma in M. è stato rilevato un basso dosaggio e soprattutto regolare, mai fatto boli, e in alcuni periodi addirittura staccata la pompa per varie ore.
La serenità cn cui M. ha trascorso questo periodo è incredibile anche rispetto alla paura del dolore e della morte che erano una caratteristica per cui lo prendevamo in giro quando mai avremmo pensato che lui sarebbe stato il primo tra noi amici ad andarsene.

I Rimedi hanno agito molto anche su tutte le numerose persone che si sono avvicendate al suo capezzale. E' stata una storia di grande dolcezza e M., che era stato il nostro skipper, maestro di sci, ciclista e organizzatore di gite indimenticabili, ci ha lasciato senza sciupare nemmeno per un attimo l'immagine di uomo sempre pronto alla battuta.

Agnese Cattoretti BFRP e insegnante di 1°, 2° e 3° livello Bach Centre

Ringrazio di cuore Agnese che ha scritto queste parole e mi ha permesso di condividerle in occasione della conversazione sull'uso dei Fiori di Bach in Hospice che sono stata invitata a tenere al Master di secondo livello in Medicine Palliative - Università degli Studi di Milano - Facoltà di Medicina - nel novembre 2012


  



I Fiori di Bach come "narrazione nel tempo della crisi"

di Achille Tironi - Volontario AHMIS (Amici Hospice Malattie Infettive Sacco)

 

Nulla accade due volte, nè accadrà

Nulla accade due volte
nè accadrà. Per tale ragione
si nasce senza esperienza,
si muore senza assuefazione.

Anche agli alunni più ottusi
della scuola del pianeta 
di ripetere non è dato
le stagioni del passato.

Non c'è giorno che ritorni,
non due notti uguali uguali,
nè due baci somiglianti,
nè due sguardi tali e quali.

Ieri, quando il tuo nome
qualcuno ha pronunciato,
mi è parso che una rosa
sbocciasse sul selciato.

Oggi, che stiamo insieme,
ho rivolto gli occhi altrove.
Una rosa? Ma cos'è?
Forse pietra, o forse fiore?

Perchè tu, malvagia ora,
dai paura e incertezza?
Ci sei - perciò devi passare.
Passerai - e qui sta la bellezza.

Cercheremo un'armonia,
sorridenti tra le braccia,
anche se siamo diversi
come due gocce d'acqua.

Wislawa Szymborska (Premio Nobel 1996 per la letteratura)

Ho scelto questa poesia per introdurci all'argomento in quanto esprime una forte sollecitazione a sporgere lo sguardo su "il lato sereno del mondo", che può rivelarsi solo affinando i nostri sensi.

Per accostare il mondo delle cure palliative è richiesta una vera e propria iniziazione a fare emergere in ciò che è tenue, pallido e flebile, il decisivo attaccamento ad una originalità personale che non può essere perduta.

L'uomo che qui incontriamo, anche nella passività più tremenda della malattia, continua ad essere il soggetto ativo di una rivelazione che chiede di essere accolta, nella sua imprevedibile bellezza, rinunciando a quella presunzione del "già visto" che, se da una parte sembra tranquillizzarci, di fatto ci rende ciechi, sordi e tardi di cuore.

Questa "apertura sulla novità" qualifica in modo prezioso l'azione di chi opera all'interno di una struttura di cure palliative ed è premessa insostituibile per poter instaurare relazioni significative, corrispondendo ai bisogni del malato e della sua famiglia.

E in maniera ancora maggiore tale "attitudine all'accoglienza" è richiesta ai volontari chiamati ad assicurare la loro presenza, dentro un lavoro di èquipe, come ascolto attivo, comprensione, vicinanza e sfida al dolore globale.

Nel rispetto dei diversi ambiti nei quali si coniuga il "prendersi cura" della persona, il volontario si confronta e misura con il vortice delle paure, preoccupazioni, ansie, inquietudini che, nei fatti, accentua gli effetti della malattia. La consapevolezza, con la quale l'intera équipe si fa carico di questi aspetti, esprime quella attenzione reale alla persona che privilegia il bisogno di serenità alla quale anela. Nei momenti della fatica e dello sfinimento, che caratterizzano l'ultimo tratto del percorso di vita, il malato con prognosi infausta sente il bisogno di comunicare il suo atteggiamento nei confronti della vita.

Come volontario che opera all'interno di un Hospice, fin dal primo istante ho preso atto della possibilità della cura avvolgente che si deve all'uomo, attuata attraverso i tratti di una pratica clinica che non rinuncia a misurarsi con la personale concretezza del dolore.

La presenza in questo ambito mi ha esposto ad un contagio benefico: passando attraverso un vissuto imprevedibile, ho finito per lasciarmi forgiare dalla stessa imprevedibilità, prendendo cioè fiamma dal fuoco. Ho avuto modo di recuperare il valore originale e insostituibile della quotidianità, partecipando alla continua "invenzione" di una medicina chiamata ad essere espressione consapevole e attenta della società civile.

Mi sono servite come orientamento queste parole: "Il volontariato non consiste nel fare una serie di cose ma consiste nella capacità di prendere parola su ciò che si è fatto per renderla comunicabile e cultura...Una comunità di cura è una comunità che si interroga su se stessa, sui propri processi di esclusione e di inclusione, e che trova il coraggio di mettere in discussione le strutture fondamentali della relazione che sta producendo".

Nella struttura delle cure palliative sono giunto a conoscere i "Fiori di Bach" e, coinvolto direttamente in preziosi momenti formativi, penso di poter descrivere quanto segue come narrazione di ciò che, irriducibile al biologico e allo psichico, può essere definito il tempo della crisi in cui si dilata e si vive l'inesorabile approssimarsi del morire.

Ho preso coscienza di appartenere anch'io inconsapevolmente a quel vivere vorticoso che diniega la morte e sono giunto a provare il disagio di non poter dare credito ai progetti irreali nei quali il malato, e i familiari, cercano rifugio. Ho accettato (e vorrei averlo fatto con maggior profitto!) di accompagnarmi alla fatica con la quale il malato compie il distacco da tutto ciò cui è legato, e mi è stato dato di accogliere le manifestazioni più vere della sua libertà.

Conosco la negazione, la collera, il risentimento con cui il malato terminale reagisce alla situazione; percepisco la paura, la rassegnazione, la accettazione dentro le quali si esprime il nesso ineludibile tra malattia, sofferenza e vissuto psicologico. Ma è proprio dentro questo crogiuolo che ho accolto la possibilità di sporgermi sul senso della vita, corrispondendo al bisogno del malato di esprimere la propria attesa di salvezza.

La malattia è stata occasione nella quale ha attecchito la prossimità di una relazione che ha coinvolto anche la mia libertà: mi sono lasciato istruire dalla sofferenza.

Un ruolo importante ha avuto in tutto questo l'attenzione alle emozioni (richiesta dalla pratica dei Fiori di Bach) come attenzione alla persona, accompagnamento reale.
I Fiori di Bach, iniziandomi ad una attenzione e ad un ascolto che mi hanno sorpreso, hanno contribuito a cambiare anche me. La vicinanza con il limite della vita mi ha consentito non solo di cogliere le emozioni, ma di restituirne insieme il senso, come senso del limite.

Tutto questo mi è sembrato trovare riscontro nelle parole del dott. Bach: "Per quanto ci riguarda, noi dobbiamo praticare la pace, l'armonia, l'individualità e la fermezza d'intenti. Dobbiamo sempre più convincerci che nella nostra essenza siamo di origine divina, siamo figli del Creatore e perciò abbiamo in noi, anche se ci curiamo poco di svilupparlo, il potere di raggiungere la perfezione. Questa realtà deve acquistare forza dentro di noi finchè diventerà il segno più evidente della nostra esistenza. Dobbiamo fermamente esercitare la pace interiore, immaginando la nostra mente come un lago da mantenere calmo, senza ombre e increspature che possano turbare la sua tranquillità. Sviluppando gradatamente questo stato di pace, arriveremo al punto in cui nessun evento, nessuna circostanza, nessuna personalità potranno in alcun modo agitare la superficie del lago o destare in noi sentimenti di irritabilità, di depressione o di incertezza".

Per coloro che devono varcare l'ultima soglia, possiamo immaginare tante cose utili, indispensabili. Tra queste trovano giustamente posto la terapia del dolore e le tecnologie biomediche che permettono di alleviare i sintomi.

Possiamo anche immaginare strutture sempre più adeguate per accogliere i malati terminali ed i familiari ed assicurare loro un tempo di vicinanza ed accompagnamento.

Ma tutte queste cose, pur essendo utili o persino indispensabili, non bastano: ciò che serve è l'ascolto, la parola, la relazione nella quale cogliere insieme l'ordito di una narrazione.   

Achille Tironi

Ringrazio di cuore Achille che ha scritto queste parole e mi ha permesso di condividerle in occasione della conversazione sull'uso dei Fiori di Bach in Hospice che sono stata invitata a tenere al Master di secondo livello in Medicine Palliative - Università degli Studi di Milano - Facoltà di Medicina - nel novembre 2012.