SCINTILLA, IL DOLORE E I FIORI DI BACH



Scintilla, una piccola gattina trovatella scampata insieme ad una sorellina e a un fratellino a bande di cani randagi, è arrivata a casa mia il 2 giugno 2014.

In poco meno di un secondo è riuscita a conquistare definitivamente sia mia figlia che me grazie al suo carattere gioioso, indomito, guascone e purtuttavia tenerissimo.

I guai e i disastri che ha combinato in successione precisissima non si contano, il subbuglio che ha portato in una casa fino a quel momento fin troppo tranquilla è stato dirompente.

La si poteva vedere arrivare con aria da bulletto di periferia qualunque, e sottolineo qualunque, attività fosse in corso in quel momento. Sempre presente, sempre curiosa, ficcanaso all'inverosimile, candidamente prepotente e ogni tanto con inaspettati momenti di disarmante e incrollabile fiducia ha riempito in un battito di ciglia ogni spazio e tutto il tempo.

Ma caratteri così particolari e notevoli sembra che non possano resistere troppo a lungo qui sulla nostra Terra e così la mia adorata Scintillina, proprio come il suo nome suggerisce, trascorso un anno divertente, tragicomico, scoppiettante e grandioso, in quattro e quattrotto se n'è tornata sul suo strambo pianeta oltre le nuvole.

Chi lo sa, forse ci aveva dedicato troppo tempo e chissà quali altre incredibili missioni aveva da portare a termine altrove.

Il 28 luglio 2015, ad appena un anno di età, è partita per chissà dove lasciando un vuoto e uno sgomento incolmabili.

E' solo un gatto, in fondo, è mai possibile soffrire così tanto per un gatto?

Oh si, ve lo garantisco, è possibilissimo.

E così, da brava consulente e insegnante del Bach Centre, dapprima grazie all'affetto di care amiche e amici e poi da sola, ho curato con i miei amati Fiori tutte le emozioni che a valanga sgorgavano da me.

La preoccupazione per lei prima che se ne andasse, lo choc, il terrore, la rabbia furiosa, il rancore e l'ingiustizia, la nostalgia, il continuo rimuginare, il senso di colpa e la disperazione. Tutto il solito corredo che travolge e impedisce persino di respirare quando chi ami se ne va per sempre.

Mi sono trovata a desiderare di trovarmi davanti il Destino per potergli squarciare il petto e strapparne il cuore a brandelli piccolissimi, sono crollata a singhiozzare senza alcun ritegno in luoghi improbabili e davanti a persone sbalordite, mi sono dovuta appoggiare ai muri per la strada, boccheggiando, alla ricerca di un sostegno e di ossigeno.

E questo per giorni e giorni, uno smarrimento che non accennava a smettere.

Sì, i Fiori alleviavano la pena, è vero. In pochi giorni quell'acutissimo dolore fisico al cuore è svanito. La rabbia si è sgonfiata. Il senso di colpa ha perso vigore.

Però il dolore al ventre, come se ci fosse acquattato un mostro con zanne e artigli affilati che mordeva senza pietà, quello c'era sempre. Così come quel cupezza senza appigli.

Ieri mattina, senza quasi più energie, mi sono costretta ad una feroce autoanalisi perchè non è possibile, i Fiori aiutano sempre, aiutano tutti, aiutano in ogni frangente della vita. Ma perchè non riuscivano ad aiutare proprio me, proprio adesso, proprio in questa circostanza? Cosa non avevo considerato in tutta questa faccenda?

Così ho cominciato a pensare, come dice una mia carissima amica, da sola, nel buio della mia cameretta.

Cosa provo? Cosa sento? Cerchiamo di definire quello che mi sta capitando, cerchiamo la parola esatta per dipingere la mia emozione predominante.

E la parola, infine, è arrivata: sto così male perchè provo ..... biasimo! Ecco! Eccola lì la parola giusta, quella davvero precisa per definirmi in questo momento. Io - Provo - Biasimo!

Biasimo? Ma chi? Io? Ma dai, non è possibile! Non scherziamo!

E invece sì! Proprio io, veramente, quello che provo è biasimo!

Biasimo per il Destino che ha messo in atto una ingiustizia così grave e così palese, lei amava così tanto vivere, trovava così irresistibilmente interessante qualunque cosa, era così intensamente amata, perchè portarla via così presto, biasimo per chi ha tolto di torno un esserino così incredibilmente unico e particolare rendendo il mondo infinitamente meno bello di quello che avrebbe potuto essere, biasimo per l'incapacità della scienza di trovare un medicamento per ogni male, per chi non è stato in grado di consegnarmi una qualche pastiglia o un incantesimo per poter polverizzare definitivamente tutti i virus e tutti i sintomi, per chi ha inviato quel caldo esagerato e soffocante che aggiungeva sofferenza alla sofferenza, per chi mi guardava e non capiva quello che provavo, per chi mi diceva "è solo un gatto", per le persone in coda dal veterinario, al supermercato, in farmacia, sul lavoro, che con le loro sciocchezze mi facevano stare lontana da lei e ritardavano o intralciavano ciò che andava fatto,....



E poi ho capito quanto fossi immersa, e da quanto tempo, senza rendermene conto, in questo mood.

Ho ripensato ai rapporti di lavoro, interpersonali e familiari senza sconti, senza concedermi scusanti.

Ho pensato a quello che veramente provo riguardo ai grandi temi, a quel che penso degli esseri umani che trattano la Natura in un modo indicibile e che si definiscono "specie superiore", ho pensato ai miei giudizi riguardo l'indifferenza, la violenza, l'arroganza, la prevaricazione, la miopia, le scelte sbagliate. Ho preso coscienza di quanto fossi indignata.

Ragazzi! E' stata una epifania! Gli addetti ai lavori chiamano questa presa di coscienza un "insight" ma, forse, si potrebbe meglio definire questo come una "benedizione".

Per farla breve ho potuto individuare, finalmente, il rimedio giusto per me in questo preciso momento: Beech, il rimedio per chi critica troppo.

Non è la prima volta che lo utilizzo, ovviamente. E' però la prima volta che capisco quanto questo modo di pensare permei il mio modo di affrontare la vita. E' la prima volta che mi accorgo che non sto criticando qualcosa di particolare relativo a un momento e a un'occasione circoscritta ma mi rendo conto che è proprio un modo di essere di questo periodo. Sono una criticona presuntuosa troppo incline a giudicare.

E' anche la prima volta che "sento" proprio dentro, nel mio corpo, quanto questo faccia male, come provochi un dolore che è prettamente fisico.

Quante volte ho spiegato ai miei allievi che proprio in questo particolare rimedio, che definisce uno tra i "difetti" che più fatico a tollerare (ma guarda un po'!), io ho sempre trovato la quintessenza della grandezza del dottor Bach! Quante volte ho letto la definizione originale con una fresca e intatta meraviglia, ogni volta come fosse la prima! Declamavo:

"Pensiamo a quanto siano "antipatici" i criticoni, quelli a cui non va mai bene nulla di quello che fanno gli altri, pensiamo a quanto ci siamo sentiti feriti da queste persone e poi leggiamo come il dottor Bach li definiva:

Beech - Per quelli che sentono il bisogno di vedere maggior bontà e bellezza in tutto ciò che li circonda e, benchè molto appaia sbagliato, sentono di vederne le potenzialità. Per essere più tolleranti, indulgenti e comprensivi rispetto ai diversi modi in cui ciascun individuo e tutte le cose si impegnano per raggiungere la propria perfezione finale.

Capite? I "criticoni", coloro che sono soliti giudicare, in realtà sono persone che soffrono perchè non capiscono le persone che non vedono e non perseguono bontà e bellezza nel loro stesso modo! Pensiamoci quando ne incontreremo uno. Il dottor Bach diceva anche:

(...) Per quanto meschino possa apparire un essere umano o un animale. dobbiamo ricordare che porta in sè la scintilla divina, che è destinata a crescere in modo lento ma sicuro, fino a irradiare lo splendore di Colui che ha creato questo essere. In questo senso il problema del giusto e dell'ingiusto, del bene e del male, è puramente relativo. (...) Quello che noi definiamo ingiusto, o male, in realtà non è che un bene nel posto sbagliato, e quindi si tratta solo di un concetto relativo."

Leggere queste frasi mi commuove ogni volta, mi sembra che il cuore si apra e si colmi di speranza e di consolazione.

Proprio grazie a queste frasi credevo di aver capito quale fosse il problema degli individui in stato Beech, credevo di capire quanto dovesse essere difficile e doloroso per loro.

Non avevo capito invece che questa era solo teoria fino a che in questi giorni quel dolore io l'ho provato, l'ho sentito, l'ho riconosciuto. In me è un dolore come sentirsi mordere la pancia dal di dentro ed è orribile. E questo dolore io non lo voglio più. E nemmeno voglio più ragionare così!

Ebbene: mi sono preparata di corsa una bottiglietta e voi non ci crederete! I morsi sono cessati! Il cupore si è dissolto. Per combinazione ho avuto modo di incontrare persone con cui sono in teso conflitto da tempo, ("Perchè è colpa del loro pessimo carattere") e... per la prima volta abbiamo avuto una interazione incredibilmente serena. Erano anni che questo non succedeva! All'improvviso la vita è ricominciata.

Certamente il dispiacere per aver perso la mia Scintillina c'è ancora, un lutto non si risolve così in fretta, ha bisogno di tempo e di tanta cura per stemperarsi, anche se chi se ne va è "solo" una gattina.

Certamente andrò avanti ancora un po' a scoppiare in lacrime ogniqualvolta mi verrà in mente lei.

Certamente avrò ancora bisogno di curare la nostalgia e dovrò accettare l'inaccettabile.

Certamente il lavoro con Beech chissà quali altri stati emotivi scoperchierà. Lo sappiamo tutti che il lavoro con i Fiori è simile allo sbucciare le cipolle: sciogliere uno stato d'animo permette a quello sottostante di emergere e così via, uno strato dopo l'altro finchè, chissà quando, arriveremo alla nostra vera essenza, pura e intatta.

Ancora una volta ho capito perchè mi affido spesso ai Fiori. Ancora una volta mi sono meravigliata di come sia bello e confortante questo metodo. Ancora una volta ho ringraziato commossa il nostro Dottore, ma, io dico, come avrà fatto ad arrivare a tanto?

Chiuderò con una frase che mi fa molto sorridere e che mi viene riportata con puntualità quasi matematica quando qualcuno decide di prendere i Fiori per la prima volta e non lo fa perchè ne sia convinto ma esclusivamente per non farmi rimanere male o perchè non ha il coraggio di dirmi di no:
"Oh! Ma lo sai che i Fiori funzionano davvero?!?!?!"

Oggi è il mio turno di esclamarlo, lo faccio con voi, con una meraviglia e una gioia che non si chetano mai e che riemergono periodicamente come fosse la prima volta, immaginatevi che ve lo urli, raggiante, incredula e piena di allegria:

Ehi, ragazzi! ma lo sapete che i Fiori funzionano davvero?!?!?!



Maria Chiara Verderi con Scintilla
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LA "CERCA" DI WILD ROSE


Domenica scorsa ho avuto il piacere di partecipare ad un incontro con amici floriterapeuti e studiosi del pensiero del dott. Bach. 
L'obiettivo della giornata di studio era quello di individuare in aperta campagna alcune essenze utilizzate dal dott. Bach per poi studiarle ed infine preparare sul campo uno dei Rimedi seguendo le indicazioni lasciateci da Nora Weeks, fedele assistente del dottore.

L'essenza scelta, perché in piena fioritura proprio adesso, era Wild Rose (Rosa Canina)
Siamo partite in  una quindicina, accompagnate da tre deliziosi cagnolini, con tutto l'occorrente.
Alla guida del gruppo una dottoressa, studiosa ed esperta del Metodo Bach.

I cespugli di rosa canina sono facili da individuare e comuni in tutte le nostre campagne. Proprio domenica, in particolare, erano rigogliosi di bellissimi fiori color rosa carne e il tempo era assolato e splendido.

Una leggenda narra che un giorno il dio Bacco inseguiva una splendida ninfa senza riuscire a raggiungerla. Ad un certo punto la ninfa, nella frenesia della fuga precipitosa, inciampò nella radice di un cespuglio, cadde a terra e venne raggiunta da Bacco che in questo modo riuscì ad abbracciarla e a farla sua. 
Volendo ricompensare il cespuglio per il provvidenziale aiuto, Bacco gli donò fiori bellissimi, di un rosa delicato, lo stesso rosa tenero e vellutato dell'incarnato della splendida ninfa.

Il metodo prevede che i fiori vengano raccolti nel momento della piena fioritura, in una giornata di sole e cielo limpido, evitando di toccarli con le mani.
Tutte noi abbiamo quindi tagliato con le forbici le roselline più belle, lasciando qualche tenera fogliolina, le abbiamo raccolte su un panno bianco e sistemate in una pentola.



Il passo successivo è stato quello di aggiungere acqua e far bollire il tutto su un fornelletto posizionato vicino ai cespugli da cui avevamo raccolto i fiori.


Dopo la bollitura la pentola è stata lasciata raffreddare e successivamente il composto è stato filtrato



Il liquido, adeguatamente filtrato, è stato mescolato con brandy in eguale quantità (1:1).
Il prodotto ottenuto viene chiamato Tintura Madre. Con poche gocce di Tintura Madre sarà possibile ottenere un flaconcino Stock Bottle, quello che abitualmente troviamo in farmacia e da cui preleviamo due gocce per comporre il mix della bottiglietta di trattamento.



Che emozione sapere che, grazie a questa giornata, ciascuno di noi potrà prepararsi le proprie personali bottigliette Stock Bottle!

E' quasi incredibile pensare che  la modalità di preparazione dei Fiori di Bach sia ancora questa, immutata da quando venne ideata dal dott. Bach quasi 100 anni fa!
E' incredibile pensare che ancora oggi le persone che lavorano al Bach Centre e che si preoccupano di tramandare il metodo del dott. Bach in tutta la sua purezza, preparino le Tinture Madri in questo modo; che i flaconcini Stock Bottle presenti nelle farmacie di tutto il mondo vengano preparate da un piccolissimo gruppetto di persone che escono in campagna munite di un semplice paio di forbici, un panno bianco, acqua e un recipiente!

Le Tinture Madri, ottenute con il metodo della bollitura, come nel caso di alcuni Rimedi quali Wild Rose, o con il metodo del sole, nel caso di altri Rimedi, vengono successivamente inviate alla farmacia Nelsons, la farmacia che il dott. Bach scelse per distribuire i suoi Rimedi. Alcune gocce di Tintura Madre vengono poste in una bottiglia di Brandy secondo una ricetta ben precisa, il preparato ottenuto viene imbottigliato nei piccoli flaconcini (Stock Bottle) da 10 o da 20 ml e successivamente distribuiti in tutto il mondo. Questi sono i flaconcini che noi possiamo trovare in  quasi tutte le farmacie e che utilizzeremo per preparare i bouquet di Fiori (bottigliette di trattamento) utili per riequilibrare gli stati emotivi momentaneamente disturbati dagli eventi della nostra vita di tutti i giorni, oramai così stressante.

Ma, visto che stiamo parlando di stati emotivi, quali sono stati quelli che io stessa ho vissuto in questa giornata così particolare?

Sono arrivata all'appuntamento piena di aspettative perché  non avevo mai pensato di provare a prepararmi una Tintura Madre da sola ma non mi immaginavo certo che sarebbe stata una giornata così arricchente.
Appena siamo giunte nel luogo in cui erano presenti i cespugli di Wild Rose l'allegria ha cominciato a dilagare.
Quando, durante la bollitura, i vapori dal profumo di rosa hanno cominciato ad avvolgerci la gioia e la voglia di ridere è rapidamente aumentata.
Al momento del filtraggio i sorrisi erano oramai amplissimi e quando, infine, abbiamo mescolato l'acqua della bollitura e il brandy l'entusiasmo era incontenibile.
Ognuna di noi è tornata a casa con la sua bottiglietta di Tintura Madre e, per parte mia credo di considerare quella piccola bottiglietta come un tesoro tra i più preziosi.

E' stata una giornata intensa, gioiosa ed istruttiva. Osservare i Fiori nel loro ambiente naturale, imparare a distinguere le differenze tra una specie e l'altra di una stessa pianta è un'esperienza unica e interessantissima.
Ho potuto imparare quali particolari osservare per capire tra le tante querce qual'è quella che serve a preparare Oak. 
Ho potuto vedere, finalmente, Scleranthus e stupirmi di quanto sia piccolino! 



Ma come ha fatto il Dott. Bach a capire che una piantina così minuscola avrebbe potuto regalarci doni così grandi? Aggiungo quest'altra foto per dare un'idea delle sue reali dimensioni rispetto ad una persona. Le piantine di Scleranthus sono quelle macchiette verdi sul terreno che questa ragazza sta immortalando!


Ho parlato dell'allegria che è aumentata man mano che la giornata trascorreva ma non per caso l'emozione dominante è stata questa.
Wild Rose è il rimedio per le persone che sono in uno stato di rassegnazione e apatia. Il rimedio aiuta a superare questi stati e a ritrovare la gioia in modo da affrontare la vita di tutti i giorni con la giusta carica.
Forse non è casuale, se ci riflettiamo, che i fiori di rosa canina, una volta sfioriti, producano bacche ricchissime di vitamina C.
Ma rimaniamo nella semplicità, così come raccomandava il dott. Bach e rileggiamo le sue parole quando ci descrive il rimedio Wild Rose:
"Quelli che senza una ragione apparentemente sufficiente si rassegnano a tutto ciò che accade e si lasciano scivolare attraverso la vita prendendola come viene, senza minimamente sforzarsi di migliorare le cose e trovare un po' di gioia. Si sono arresi alla lotta della vita senza lamentarsi".

La giornata per me è stata, infatti, caratterizzata da un sentimento di gioia crescente, di meraviglia e di stupore per tutto quanto abbiamo vissuto e condiviso. Per la perfezione di questa nostra Madre Terra che ci può fornire di tutto quello di cui abbiamo bisogno. Per la rinnovata gioia di aver avvicinato, così tanti anni fa e così "per caso", il pensiero del dott. Bach.

Quando frequentavo le scuole elementari era uso chiudere i temi con la frase: "Siamo tornati a casa stanchi ma contenti.....". Ebbene, domenica, io ho trascorso una giornata in campagna, indegna emula del dott. Bach, ho osservato le piante, ho annusato i fiori, ho assaporato la vicinanza con alcuni Rimedi, ho camminato, scattato foto, raccolto fiori, mi sono chinata a terra a spiare i fiorellini di Scleranthus, mi sono allungata in alto verso i fiori simili a splendidi ed elaborati orecchini di Hornbeam, mi sono trovata accaldata sotto il sole, ho scavato per cercare le radice a fittone di Chicory, ho osservato le differenze di nervature delle foglie di piante diverse, ho riso in compagnia, condiviso riflessioni e speranze e molto, molto altro.
Però quando sono tornata a casa non ero" stanca ma contenta": ero, invece, piena di energia e contenta, colma di gratitudine e incredibilmente pacificata.




Ho una cara amica che mi ripete spesso: "Affidati!" e ne ho un'altra, altrettanto cara, che a sua volta ripete: "Lasciamoci stupire dalla vita". Prendo queste due frasi, che mi sembra siano in perfetta sintonia con il pensiero del dott. Bach e che da molto tempo ho fatto mie e ve le regalo. 
Affidiamoci, dunque, e lasciamoci stupire dalla vita, in semplicità e in piena fiducia.  
Il dott. Bach, nel suo libro "Guarisci te stesso", scriveva:
"In tutto ciò che facciamo, dovremmo preoccuparci di salvaguardare il senso della gaiezza ed evitare di lasciarci opprimere dal dubbio e dalla depressione. Dovremmo invece ricordare che questi non hanno origine in noi, perché la nostra anima conosce soltanto gioia e felicità". 





Maria Chiara Verderi
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IL VOLONTARIO NELLE CURE PALLIATIVE 

di Achille Tironi - Volontario AHMIS (Amici Hospice Malattie Infettive Sacco)

relazione tenuta  in occasione di: "2005 - 2015 Hospice Malattie Infettive: un sogno, una realtà" CONVEGNO "Le cure palliative: supporto al malato e alla famiglia" - 17 aprile 2015




Ho resistito nell'aderire alla proposta di questa breve testimonianza, per due ragioni che sottopongo anche al vostro giudizio.
La prima riguarda la cornice in cui ci muoviamo, quella celebrativa dei 10 anni di vita di questa struttura. Ritenevo più vantaggioso ascoltare la voce di chi aveva accompagnato per intero questo primo e ancora breve tratto: avendolo percorso solo per metà pensavo che una ragione di Opportunità consigliasse una diversa scelta.
La seconda riguardava più propriamente il merito. L'argomento, infatti, si presta ad una testimonianza più che ad un'argomentazione e, in questo caso, abbisogna di un sottotitolo destinato a qualificarla. "La speranza che mi è venuta incontro", oltre ad essere un titolo pertinente, credo consegni a tutti noi una chiave interpretativa per cogliere il valore di un progetto che intende proporsi come un guadagno di civiltà. 


OPPORTUNITA'

"Opportuno" era il nome con il quale i latini distinguevano il vento che spingeva le navi in porto e ne facilitava l'attracco. Opportunità qualifica nel linguaggio comune una spinta, un aiuto conforme al desiderio, alle necessità.

In questo luogo il termine esprime il modo adeguato di praticare la cura, di favorire il governo di una vita che si dirige all'ormeggio definitivo. Ma esprime, anche e propriamente, il soffio leggero, atteso e provvidente, in cui si natura la presenza del volontario in questo luogo.

Il contesto, nella sua complessa drammaticità, richiede al volontario un approccio relazionale che, collocando su un piano diverso le inadeguatezze e i ritardi mai completamente rimovibili (non ci sono strutture perfette), privilegi la ricchezza di possibilità dischiuse in ogni possibile relazione, sufficiente ad avere ragione di qualsivoglia asprezza e rigidità.

Entrare in relazione significa favorire, a partire dalla presenza e dallo sguardo, l'espressione delle attese profonde che, nei nostri ospiti, sono soffocate dalla malattia e sono causa dell'isolamento e dello smarrimento cui costringe la perdita di autonomia (depressione, angoscia).

Le attese sono cose ben diverse dai bisogni. Le mie attese, le nostre e le loro attese, riconsegnano il nostro valore personale, palesano la nostra umanità singolare, esprimono quella profonda unità del nostro essere che mai accetta di essere mutilata in alcuna delle sue dimensioni costitutive (emotiva, sociale, biologica, spirituale).

Lo sguardo del volontario è educato a tenere dentro tutto: azioni ed emozioni, salute e malattia, benessere e dolore, vita e morte.

Un'ampiezza di orizzonte che, se accompagnata dalla coscienza dei propri limiti, lo tutela dalla condizione di impotenza (c'è sempre qualche cosa che si può fare) salvaguardandolo anche da un rischio assai più grave, quello dell'abbandono e del tradimento.

Volontaria, in questo luogo, è l'intenzionale e coerente disponibilità a testimoniare serenità e fiducia anche quando il buio avanza, nella grata consapevolezza di dovere questo alla vita.

Ma tutto ciò non cresce come i fiori che si incontrano negli alpeggi, espressione della magnificente ricchezza della natura. E' esito di un'esperienza sedimentata, di un costume personalmente assunto e costantemente migliorato attraverso un percorso di relazioni performanti e costitutive, praticate ogni giorno.

Noi che siamo venuti dopo costruiamo su un fondamento già gettato, facciamo rivivere dentro di noi una testimonianza ricevuta, disponibili ad interpretarla in modo assolutamente originale, nel rispetto di alcune caratteristiche fondanti.

Al volontario è richiesta, infatti, una specifica iniziazione a percepire e tenere acceso il decisivo attaccamento alla propria identità personale in coloro in cui questa fermezza rischia di spegnersi, o è già rimasta soffocata. Difendere tale fertile originalità, che non deve andare smarrita, qualifica il nostro ospite come soggetto accompagnato e mai come semplice "oggetto di cura".

Egli, pure nella completa mancanza di autonomia, o nel mutismo cui è consegnato dalla sofferenza e dalla malattia, è sempre attiva rivelazione che chiede di essere accolta.

Se il volontario si tiene aperto su questa imprevedibile novità, educando i sensi dell'ascolto, della comprensione e della vicinanza, dal suo prendersi cura gli viene restituito, insieme al senso del suo agire, il significato più ampio della sua stessa vita.

A volte il riscontro è immediato, specie quando avviene dentro un vortice di preoccupazioni, inquietudini e paure che possono essere neutralizzate, assecondando le istanze di serenità che tutti condividiamo. Altre volte la corrispondenza è più difficile, la relazione più problematica, ma può sempre essere autentica e preziosa.

In ogni caso sono i nostri ospiti che conferiscono specificità propria al nostro agire, qualunque sia la loro condizione. Non si limitano a riconoscerne importanza e utilità (sarebbe veramente una poca cosa), ma attraverso il cambiamento che inducono in noi esercitano un ruolo di trasformazione sociale e culturale. 

Rendono visibile nei volontari e in tutti gli operatori sanitari attenti ed empatici, un plus qualitativo a tutti gli effetti misurabile, cioè capace di modificare il modo di essere di questa istituzione.

Sollecitano il volontario a porsi in gioco integralmente - "lo chiamano a decidersi per" - prendendo coscienza di essere originariamente e inestricabilmente libertà, volontà e conoscenza.

In tal modo la testimonianza del volontario abita una storia ordinaria e il suo agire scaturisce dalla fiducia con cui egli si affida all'imprevedibile, alle attese che lo sollecitano a corrispondere. Egli indaga il vissuto, progetta modelli per l'avvenire assumendo come "testo" il quotidiano; acquista intelligenza dall'agire, perché mai il suo agire pratico si riduca a semplice agire operativo.

LA SPERANZA CHE MI E' VENUTA INCONTRO

Il sottotitolo mi consente di schizzare il profilo del volontario che mi porto dentro. Non intendo né proporlo né raccomandarlo: lo offro semplicemente come testimonianza. A ciascuno, infatti, è sollecitata originalità nell'interpretare le caratteristiche fondanti il costume di questo luogo e che considero condivise.

I miei primi passi in Hospice sono stati titubanti: ho dovuto tenere basso il volume del mio vociare interiore e legare al guinzaglio le mie certezze e le ragioni che mi avevano indirizzato nella scelta. Mi sono semplicemente deciso: mi sono, per così dire, buttato.

Sorpreso positivamente dall'attenzione riservata alla persona e dalla pratica clinica tesa a misurarsi con lo spessore del dolore mi risultò abbastanza facile sciogliermi dentro questa progettualità di portare sollievo.

Nutrivo però un'ambizione: quella di partecipare ad un cambiamento culturale, come soggetto consapevole e attento, ma la cassetta degli attrezzi che mi portavo appresso si rivelava ogni giorno sempre meno adatta allo scopo.

La mia disponibilità era sollecitata ad ampliarsi: lasciarmi cambiare da coloro che ogni giorno immediatamente e imprevedibilmente incontravo. Compresi allora che dovevo aprirmi a nuove relazioni, lasciare che occupassero uno spazio, un tempo, accendessero emozioni importanti nella mia vita.

Descrivo tutto questo processo alla stregua di una crescente possibilità a lasciarmi inventare dal quotidiano, accogliendolo come un rinnovato mistero da decifrare e al quale affidarmi con fiducia. Soprattutto volentieri.

La mia ambizione finì così per transitare nelle mani di altri, farsi immanente alle loro attese. La qualità della mia risposta poteva commisurarsi con il sollievo che loro provavano nel riprendere contatto con una realtà ostile, fonte di paure e dalla quale tenersi lontano chiudendosi a riccio dentro un "io" stretto e angosciante.

Mi fu offerta la possibilità di conoscere i "Fiori di Bach" e, seppure si presentassero distanti dal mio sentire, mi lasciai coinvolgere in momenti formativi dei quali conservo ancora vantaggioso ricordo e devota gratitudine, per la disponibilità dalla quale sono stato circondato.

Ho iniziato così a riservare maggiore attenzione anche a ciò che, irriducibile al biologico e allo psichico, ne postula la cooriginaria unità: alle emozioni.

Tutto questo è servito a cambiare ulteriormente me stesso e rendermi maggiormente disponibile a dare voce, a partire dalle emozioni, alla attesa di aiuto che giace nel profondo dell'animo nel tempo della crisi, quando si accende il turbine interiore della tempesta per l'inesorabile approssimarsi del morire.

Gli occhi e le mani hanno imparato a trasfondere l'aiuto che accompagna il malato terminale nella fatica del distacco da ciò cui più è legato; segni di una presenza, condivisione di un tempo e di uno spazio terribilmente vuoto.

Nel profondo lago, in cui alcuni ospiti mi hanno lasciato attingere, ho potuto percepire ciò che gorgogliava della loro libertà. Ho condiviso la collera, il risentimento, la paura, la rivolta, la rassegnazione e infine l'accettazione; ho corrisposto all'attesa che ciascuno nutriva di esprimere un bisogno urgente di salvezza; sono divenuto crogiuolo nel quale accogliere e purificare il senso di una vita che bramava un diverso e ben altro tu, per rispecchiarsi e riconoscersi.

Ho lasciato attecchire, nella prossimità, relazioni che hanno coinvolto la mia libertà, l'hanno istruita e costituita. Ho accettato di diventare allievo della sofferenza, del dolore e anche della morte e ho conosciuto in questo modo il volto della speranza, compagna dei luoghi e dei tempi in cui sembra più smarrita.

L'ho incontrata e mi ha sorriso proprio dove si nasconde agli occhi di chi non la vuole veramente incontrare: mi ha cambiato il volto e il cuore. Ho compreso, infatti, con disappunto che quando ne godevo la presenza dentro il pozzo dei miei desideri, vi trovavo in realtà riflesso solamente la mia immagine. Speranza ora è per me un dono da accogliere e portare in grembo: è la promessa della vita della quale prendere consapevolezza.

Ciò che prima chiamavo speranza, gli oggetti della mia speranza (salute, beni, successo) sono ben poca cosa rispetto alla promessa di bene che ora posso accogliere come definitiva, dentro la fragilità del mio essere.

In verità noi già l'accogliamo, ma inconsapevolmente, dentro lo spazio e il tempo delle relazioni che ci hanno costituito, senza provare gratitudine e desiderio di conoscerla veramente.

Ma quando più che mai abbiamo bisogno, allora ella, la Speranza ci viene incontro, e la vediamo faccia a faccia. Ci aiuta in questo la nostra fragilità quando, senza più spazio e tempo, tenta l'affidamento definitivo.


Achille Tironi - 17 aprile 2015
la foto in apertura è "la Speranza", una delle formelle della porta sud del Battistero di Firenze, opera di Andrea Pisano



  

INTERVISTA CON CAMILLA




La mia amica e collega Camilla Marinoni ha gentilmente voluto farmi alcune domande riguardo il lavoro che Achille ed io stiamo svolgendo presso l'Hospice, il progetto "Fiori di Bach in Hospice".
L'intervista è postata sul suo interessantissimo blog Fioriarcani ma anche sotto questo link potrete leggere quello che ci siamo dette.

Ringrazio Arabella Salvini per l'illustrazione!