SCINTILLA, IL DOLORE E I FIORI DI BACH

di Maria Chiara Verderi



Scintilla, una piccola gattina trovatella scampata insieme ad una sorellina e a un fratellino a bande di cani randagi, è arrivata a casa mia il 2 giugno 2014.

In poco meno di un secondo è riuscita a conquistare definitivamente sia mia figlia che me grazie al suo carattere gioioso, indomito, guascone e purtuttavia tenerissimo.

I guai e i disastri che ha combinato in successione precisissima non si contano, il subbuglio che ha portato in una casa fino a quel momento fin troppo tranquilla è stato dirompente.

La si poteva vedere arrivare con aria da bulletto di periferia qualunque, e sottolineo qualunque, attività fosse in corso in quel momento. Sempre presente, sempre curiosa, ficcanaso all'inverosimile, candidamente prepotente e ogni tanto con inaspettati momenti di disarmante e incrollabile fiducia ha riempito in un battito di ciglia ogni spazio e tutto il tempo.

Ma caratteri così particolari e notevoli sembra che non possano resistere troppo a lungo qui sulla nostra Terra e così la mia adorata Scintillina, proprio come il suo nome suggerisce, trascorso un anno divertente, tragicomico, scoppiettante e grandioso, in quattro e quattrotto se n'è tornata sul suo strambo pianeta oltre le nuvole.

Chi lo sa, forse ci aveva dedicato troppo tempo e chissà quali altre incredibili missioni aveva da portare a termine altrove.

Il 28 luglio 2015, ad appena un anno di età, è partita per chissà dove lasciando un vuoto e uno sgomento incolmabili.

E' solo un gatto, in fondo, è mai possibile soffrire così tanto per un gatto?

Oh si, ve lo garantisco, è possibilissimo.

E così, da brava consulente e insegnante del Bach Centre, dapprima grazie all'affetto di care amiche e amici e poi da sola, ho curato con i miei amati Fiori tutte le emozioni che a valanga sgorgavano da me.

La preoccupazione per lei prima che se ne andasse, lo choc, il terrore, la rabbia furiosa, il rancore e l'ingiustizia, la nostalgia, il continuo rimuginare, il senso di colpa e la disperazione. Tutto il solito corredo che travolge e impedisce persino di respirare quando chi ami se ne va per sempre.

Mi sono trovata a desiderare di trovarmi davanti il Destino per potergli squarciare il petto e strapparne il cuore a brandelli piccolissimi, sono crollata a singhiozzare senza alcun ritegno in luoghi improbabili e davanti a persone sbalordite, mi sono dovuta appoggiare ai muri per la strada, boccheggiando, alla ricerca di un sostegno e di ossigeno.

E questo per giorni e giorni, uno smarrimento che non accennava a smettere.

Sì, i Fiori alleviavano la pena, è vero. In pochi giorni quell'acutissimo dolore fisico al cuore è svanito. La rabbia si è sgonfiata. Il senso di colpa ha perso vigore.

Però il dolore al ventre, come se ci fosse acquattato un mostro con zanne e artigli affilati che mordeva senza pietà, quello c'era sempre. Così come quel cupezza senza appigli.

Ieri mattina, senza quasi più energie, mi sono costretta ad una feroce autoanalisi perchè non è possibile, i Fiori aiutano sempre, aiutano tutti, aiutano in ogni frangente della vita. Ma perchè non riuscivano ad aiutare proprio me, proprio adesso, proprio in questa circostanza? Cosa non avevo considerato in tutta questa faccenda?

Così ho cominciato a pensare, come dice una mia carissima amica, da sola, nel buio della mia cameretta.

Cosa provo? Cosa sento? Cerchiamo di definire quello che mi sta capitando, cerchiamo la parola esatta per dipingere la mia emozione predominante.

E la parola, infine, è arrivata: sto così male perchè provo ..... biasimo! Ecco! Eccola lì la parola giusta, quella davvero precisa per definirmi in questo momento. Io - Provo - Biasimo!

Biasimo? Ma chi? Io? Ma dai, non è possibile! Non scherziamo!

E invece sì! Proprio io, veramente, quello che provo è biasimo!

Biasimo per il Destino che ha messo in atto una ingiustizia così grave e così palese, lei amava così tanto vivere, trovava così irresistibilmente interessante qualunque cosa, era così intensamente amata, perchè portarla via così presto, biasimo per chi ha tolto di torno un esserino così incredibilmente unico e particolare rendendo il mondo infinitamente meno bello di quello che avrebbe potuto essere, biasimo per l'incapacità della scienza di trovare un medicamento per ogni male, per chi non è stato in grado di consegnarmi una qualche pastiglia o un incantesimo per poter polverizzare definitivamente tutti i virus e tutti i sintomi, per chi ha inviato quel caldo esagerato e soffocante che aggiungeva sofferenza alla sofferenza, per chi mi guardava e non capiva quello che provavo, per chi mi diceva "è solo un gatto", per le persone in coda dal veterinario, al supermercato, in farmacia, sul lavoro, che con le loro sciocchezze mi facevano stare lontana da lei e ritardavano o intralciavano ciò che andava fatto,....



E poi ho capito quanto fossi immersa, e da quanto tempo, senza rendermene conto, in questo mood.

Ho ripensato ai rapporti di lavoro, interpersonali e familiari senza sconti, senza concedermi scusanti.

Ho pensato a quello che veramente provo riguardo ai grandi temi, a quel che penso degli esseri umani che trattano la Natura in un modo indicibile e che si definiscono "specie superiore", ho pensato ai miei giudizi riguardo l'indifferenza, la violenza, l'arroganza, la prevaricazione, la miopia, le scelte sbagliate. Ho preso coscienza di quanto fossi indignata.

Ragazzi! E' stata una epifania! Gli addetti ai lavori chiamano questa presa di coscienza un "insight" ma, forse, si potrebbe meglio definire questo come una "benedizione".

Per farla breve ho potuto individuare, finalmente, il rimedio giusto per me in questo preciso momento: Beech, il rimedio per chi critica troppo.

Non è la prima volta che lo utilizzo, ovviamente. E' però la prima volta che capisco quanto questo modo di pensare permei il mio modo di affrontare la vita. E' la prima volta che mi accorgo che non sto criticando qualcosa di particolare relativo a un momento e a un'occasione circoscritta ma mi rendo conto che è proprio un modo di essere di questo periodo. Sono una criticona presuntuosa troppo incline a giudicare.

E' anche la prima volta che "sento" proprio dentro, nel mio corpo, quanto questo faccia male, come provochi un dolore che è prettamente fisico.

Quante volte ho spiegato ai miei allievi che proprio in questo particolare rimedio, che definisce uno tra i "difetti" che più fatico a tollerare (ma guarda un po'!), io ho sempre trovato la quintessenza della grandezza del dottor Bach! Quante volte ho letto la definizione originale con una fresca e intatta meraviglia, ogni volta come fosse la prima! Declamavo:

"Pensiamo a quanto siano "antipatici" i criticoni, quelli a cui non va mai bene nulla di quello che fanno gli altri, pensiamo a quanto ci siamo sentiti feriti da queste persone e poi leggiamo come il dottor Bach li definiva:

Beech - Per quelli che sentono il bisogno di vedere maggior bontà e bellezza in tutto ciò che li circonda e, benchè molto appaia sbagliato, sentono di vederne le potenzialità. Per essere più tolleranti, indulgenti e comprensivi rispetto ai diversi modi in cui ciascun individuo e tutte le cose si impegnano per raggiungere la propria perfezione finale.

Capite? I "criticoni", coloro che sono soliti giudicare, in realtà sono persone che soffrono perchè non capiscono le persone che non vedono e non perseguono bontà e bellezza nel loro stesso modo! Pensiamoci quando ne incontreremo uno. Il dottor Bach diceva anche:

(...) Per quanto meschino possa apparire un essere umano o un animale. dobbiamo ricordare che porta in sè la scintilla divina, che è destinata a crescere in modo lento ma sicuro, fino a irradiare lo splendore di Colui che ha creato questo essere. In questo senso il problema del giusto e dell'ingiusto, del bene e del male, è puramente relativo. (...) Quello che noi definiamo ingiusto, o male, in realtà non è che un bene nel posto sbagliato, e quindi si tratta solo di un concetto relativo."

Leggere queste frasi mi commuove ogni volta, mi sembra che il cuore si apra e si colmi di speranza e di consolazione.

Proprio grazie a queste frasi credevo di aver capito quale fosse il problema degli individui in stato Beech, credevo di capire quanto dovesse essere difficile e doloroso per loro.

Non avevo capito invece che questa era solo teoria fino a che in questi giorni quel dolore io l'ho provato, l'ho sentito, l'ho riconosciuto. In me è un dolore come sentirsi mordere la pancia dal di dentro ed è orribile. E questo dolore io non lo voglio più. E nemmeno voglio più ragionare così!

Ebbene: mi sono preparata di corsa una bottiglietta e voi non ci crederete! I morsi sono cessati! Il cupore si è dissolto. Per combinazione ho avuto modo di incontrare persone con cui sono in teso conflitto da tempo, ("Perchè è colpa del loro pessimo carattere") e... per la prima volta abbiamo avuto una interazione incredibilmente serena. Erano anni che questo non succedeva! All'improvviso la vita è ricominciata.

Certamente il dispiacere per aver perso la mia Scintillina c'è ancora, un lutto non si risolve così in fretta, ha bisogno di tempo e di tanta cura per stemperarsi, anche se chi se ne va è "solo" una gattina.

Certamente andrò avanti ancora un po' a scoppiare in lacrime ogniqualvolta mi verrà in mente lei.

Certamente avrò ancora bisogno di curare la nostalgia e dovrò accettare l'inaccettabile.

Certamente il lavoro con Beech chissà quali altri stati emotivi scoperchierà. Lo sappiamo tutti che il lavoro con i Fiori è simile allo sbucciare le cipolle: sciogliere uno stato d'animo permette a quello sottostante di emergere e così via, uno strato dopo l'altro finchè, chissà quando, arriveremo alla nostra vera essenza, pura e intatta.

Ancora una volta ho capito perchè mi affido spesso ai Fiori. Ancora una volta mi sono meravigliata di come sia bello e confortante questo metodo. Ancora una volta ho ringraziato commossa il nostro Dottore, ma, io dico, come avrà fatto ad arrivare a tanto?

Chiuderò con una frase che mi fa molto sorridere e che mi viene riportata con puntualità quasi matematica quando qualcuno decide di prendere i Fiori per la prima volta e non lo fa perchè ne sia convinto ma esclusivamente per non farmi rimanere male o perchè non ha il coraggio di dirmi di no:
"Oh! Ma lo sai che i Fiori funzionano davvero?!?!?!"

Oggi è il mio turno di esclamarlo, lo faccio con voi, con una meraviglia e una gioia che non si chetano mai e che riemergono periodicamente come fosse la prima volta, immaginatevi che ve lo urli, raggiante, incredula e piena di allegria:

Ehi, ragazzi! ma lo sapete che i Fiori funzionano davvero?!?!?!



Maria Chiara Verderi con Scintilla
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LA "CERCA" DI WILD ROSE

di Maria Chiara Verderi


Domenica scorsa ho avuto il piacere di partecipare ad un incontro con amici floriterapeuti e studiosi del pensiero del dott. Bach. 
L'obiettivo della giornata di studio era quello di individuare in aperta campagna alcune essenze utilizzate dal dott. Bach per poi studiarle ed infine preparare sul campo uno dei Rimedi seguendo le indicazioni lasciateci da Nora Weeks, fedele assistente del dottore.

L'essenza scelta, perché in piena fioritura proprio adesso, era Wild Rose (Rosa Canina)
Siamo partite in  una quindicina, accompagnate da tre deliziosi cagnolini, con tutto l'occorrente.
Alla guida del gruppo una dottoressa, studiosa ed esperta del Metodo Bach.

I cespugli di rosa canina sono facili da individuare e comuni in tutte le nostre campagne. Proprio domenica, in particolare, erano rigogliosi di bellissimi fiori color rosa carne e il tempo era assolato e splendido.

Una leggenda narra che un giorno il dio Bacco inseguiva una splendida ninfa senza riuscire a raggiungerla. Ad un certo punto la ninfa, nella frenesia della fuga precipitosa, inciampò nella radice di un cespuglio, cadde a terra e venne raggiunta da Bacco che in questo modo riuscì ad abbracciarla e a farla sua. 
Volendo ricompensare il cespuglio per il provvidenziale aiuto, Bacco gli donò fiori bellissimi, di un rosa delicato, lo stesso rosa tenero e vellutato dell'incarnato della splendida ninfa.

Il metodo prevede che i fiori vengano raccolti nel momento della piena fioritura, in una giornata di sole e cielo limpido, evitando di toccarli con le mani.
Tutte noi abbiamo quindi tagliato con le forbici le roselline più belle, lasciando qualche tenera fogliolina, le abbiamo raccolte su un panno bianco e sistemate in una pentola.



Il passo successivo è stato quello di aggiungere acqua e far bollire il tutto su un fornelletto posizionato vicino ai cespugli da cui avevamo raccolto i fiori.


Dopo la bollitura la pentola è stata lasciata raffreddare e successivamente il composto è stato filtrato



Il liquido, adeguatamente filtrato, è stato mescolato con brandy in eguale quantità (1:1).
Il prodotto ottenuto viene chiamato Tintura Madre. Con poche gocce di Tintura Madre sarà possibile ottenere un flaconcino Stock Bottle, quello che abitualmente troviamo in farmacia e da cui preleviamo due gocce per comporre il mix della bottiglietta di trattamento.



Che emozione sapere che, grazie a questa giornata, ciascuno di noi potrà prepararsi le proprie personali bottigliette Stock Bottle!

E' quasi incredibile pensare che  la modalità di preparazione dei Fiori di Bach sia ancora questa, immutata da quando venne ideata dal dott. Bach quasi 100 anni fa!
E' incredibile pensare che ancora oggi le persone che lavorano al Bach Centre e che si preoccupano di tramandare il metodo del dott. Bach in tutta la sua purezza, preparino le Tinture Madri in questo modo; che i flaconcini Stock Bottle presenti nelle farmacie di tutto il mondo vengano preparate da un piccolissimo gruppetto di persone che escono in campagna munite di un semplice paio di forbici, un panno bianco, acqua e un recipiente!

Le Tinture Madri, ottenute con il metodo della bollitura, come nel caso di alcuni Rimedi quali Wild Rose, o con il metodo del sole, nel caso di altri Rimedi, vengono successivamente inviate alla farmacia Nelsons, la farmacia che il dott. Bach scelse per distribuire i suoi Rimedi. Alcune gocce di Tintura Madre vengono poste in una bottiglia di Brandy secondo una ricetta ben precisa, il preparato ottenuto viene imbottigliato nei piccoli flaconcini (Stock Bottle) da 10 o da 20 ml e successivamente distribuiti in tutto il mondo. Questi sono i flaconcini che noi possiamo trovare in  quasi tutte le farmacie e che utilizzeremo per preparare i bouquet di Fiori (bottigliette di trattamento) utili per riequilibrare gli stati emotivi momentaneamente disturbati dagli eventi della nostra vita di tutti i giorni, oramai così stressante.

Ma, visto che stiamo parlando di stati emotivi, quali sono stati quelli che io stessa ho vissuto in questa giornata così particolare?

Sono arrivata all'appuntamento piena di aspettative perché  non avevo mai pensato di provare a prepararmi una Tintura Madre da sola ma non mi immaginavo certo che sarebbe stata una giornata così arricchente.
Appena siamo giunte nel luogo in cui erano presenti i cespugli di Wild Rose l'allegria ha cominciato a dilagare.
Quando, durante la bollitura, i vapori dal profumo di rosa hanno cominciato ad avvolgerci la gioia e la voglia di ridere è rapidamente aumentata.
Al momento del filtraggio i sorrisi erano oramai amplissimi e quando, infine, abbiamo mescolato l'acqua della bollitura e il brandy l'entusiasmo era incontenibile.
Ognuna di noi è tornata a casa con la sua bottiglietta di Tintura Madre e, per parte mia credo di considerare quella piccola bottiglietta come un tesoro tra i più preziosi.

E' stata una giornata intensa, gioiosa ed istruttiva. Osservare i Fiori nel loro ambiente naturale, imparare a distinguere le differenze tra una specie e l'altra di una stessa pianta è un'esperienza unica e interessantissima.
Ho potuto imparare quali particolari osservare per capire tra le tante querce qual'è quella che serve a preparare Oak. 
Ho potuto vedere, finalmente, Scleranthus e stupirmi di quanto sia piccolino! 



Ma come ha fatto il Dott. Bach a capire che una piantina così minuscola avrebbe potuto regalarci doni così grandi? Aggiungo quest'altra foto per dare un'idea delle sue reali dimensioni rispetto ad una persona. Le piantine di Scleranthus sono quelle macchiette verdi sul terreno che questa ragazza sta immortalando!


Ho parlato dell'allegria che è aumentata man mano che la giornata trascorreva ma non per caso l'emozione dominante è stata questa.
Wild Rose è il rimedio per le persone che sono in uno stato di rassegnazione e apatia. Il rimedio aiuta a superare questi stati e a ritrovare la gioia in modo da affrontare la vita di tutti i giorni con la giusta carica.
Forse non è casuale, se ci riflettiamo, che i fiori di rosa canina, una volta sfioriti, producano bacche ricchissime di vitamina C.
Ma rimaniamo nella semplicità, così come raccomandava il dott. Bach e rileggiamo le sue parole quando ci descrive il rimedio Wild Rose:
"Quelli che senza una ragione apparentemente sufficiente si rassegnano a tutto ciò che accade e si lasciano scivolare attraverso la vita prendendola come viene, senza minimamente sforzarsi di migliorare le cose e trovare un po' di gioia. Si sono arresi alla lotta della vita senza lamentarsi".

La giornata per me è stata, infatti, caratterizzata da un sentimento di gioia crescente, di meraviglia e di stupore per tutto quanto abbiamo vissuto e condiviso. Per la perfezione di questa nostra Madre Terra che ci può fornire di tutto quello di cui abbiamo bisogno. Per la rinnovata gioia di aver avvicinato, così tanti anni fa e così "per caso", il pensiero del dott. Bach.

Quando frequentavo le scuole elementari era uso chiudere i temi con la frase: "Siamo tornati a casa stanchi ma contenti.....". Ebbene, domenica, io ho trascorso una giornata in campagna, indegna emula del dott. Bach, ho osservato le piante, ho annusato i fiori, ho assaporato la vicinanza con alcuni Rimedi, ho camminato, scattato foto, raccolto fiori, mi sono chinata a terra a spiare i fiorellini di Scleranthus, mi sono allungata in alto verso i fiori simili a splendidi ed elaborati orecchini di Hornbeam, mi sono trovata accaldata sotto il sole, ho scavato per cercare le radice a fittone di Chicory, ho osservato le differenze di nervature delle foglie di piante diverse, ho riso in compagnia, condiviso riflessioni e speranze e molto, molto altro.
Però quando sono tornata a casa non ero" stanca ma contenta": ero, invece, piena di energia e contenta, colma di gratitudine e incredibilmente pacificata.




Ho una cara amica che mi ripete spesso: "Affidati!" e ne ho un'altra, altrettanto cara, che a sua volta ripete: "Lasciamoci stupire dalla vita". Prendo queste due frasi, che mi sembra siano in perfetta sintonia con il pensiero del dott. Bach e che da molto tempo ho fatto mie e ve le regalo. 
Affidiamoci, dunque, e lasciamoci stupire dalla vita, in semplicità e in piena fiducia.  
Il dott. Bach, nel suo libro "Guarisci te stesso", scriveva:
"In tutto ciò che facciamo, dovremmo preoccuparci di salvaguardare il senso della gaiezza ed evitare di lasciarci opprimere dal dubbio e dalla depressione. Dovremmo invece ricordare che questi non hanno origine in noi, perché la nostra anima conosce soltanto gioia e felicità". 





Maria Chiara Verderi
testo e foto









IL VOLONTARIO NELLE CURE PALLIATIVE 

di Achille Tironi - Volontario AHMIS (Amici Hospice Malattie Infettive Sacco)

relazione tenuta  in occasione di: "2005 - 2015 Hospice Malattie Infettive: un sogno, una realtà" CONVEGNO "Le cure palliative: supporto al malato e alla famiglia" - 17 aprile 2015




Ho resistito nell'aderire alla proposta di questa breve testimonianza, per due ragioni che sottopongo anche al vostro giudizio.
La prima riguarda la cornice in cui ci muoviamo, quella celebrativa dei 10 anni di vita di questa struttura. Ritenevo più vantaggioso ascoltare la voce di chi aveva accompagnato per intero questo primo e ancora breve tratto: avendolo percorso solo per metà pensavo che una ragione di Opportunità consigliasse una diversa scelta.
La seconda riguardava più propriamente il merito. L'argomento, infatti, si presta ad una testimonianza più che ad un'argomentazione e, in questo caso, abbisogna di un sottotitolo destinato a qualificarla. "La speranza che mi è venuta incontro", oltre ad essere un titolo pertinente, credo consegni a tutti noi una chiave interpretativa per cogliere il valore di un progetto che intende proporsi come un guadagno di civiltà. 


OPPORTUNITA'

"Opportuno" era il nome con il quale i latini distinguevano il vento che spingeva le navi in porto e ne facilitava l'attracco. Opportunità qualifica nel linguaggio comune una spinta, un aiuto conforme al desiderio, alle necessità.

In questo luogo il termine esprime il modo adeguato di praticare la cura, di favorire il governo di una vita che si dirige all'ormeggio definitivo. Ma esprime, anche e propriamente, il soffio leggero, atteso e provvidente, in cui si natura la presenza del volontario in questo luogo.

Il contesto, nella sua complessa drammaticità, richiede al volontario un approccio relazionale che, collocando su un piano diverso le inadeguatezze e i ritardi mai completamente rimovibili (non ci sono strutture perfette), privilegi la ricchezza di possibilità dischiuse in ogni possibile relazione, sufficiente ad avere ragione di qualsivoglia asprezza e rigidità.

Entrare in relazione significa favorire, a partire dalla presenza e dallo sguardo, l'espressione delle attese profonde che, nei nostri ospiti, sono soffocate dalla malattia e sono causa dell'isolamento e dello smarrimento cui costringe la perdita di autonomia (depressione, angoscia).

Le attese sono cose ben diverse dai bisogni. Le mie attese, le nostre e le loro attese, riconsegnano il nostro valore personale, palesano la nostra umanità singolare, esprimono quella profonda unità del nostro essere che mai accetta di essere mutilata in alcuna delle sue dimensioni costitutive (emotiva, sociale, biologica, spirituale).

Lo sguardo del volontario è educato a tenere dentro tutto: azioni ed emozioni, salute e malattia, benessere e dolore, vita e morte.

Un'ampiezza di orizzonte che, se accompagnata dalla coscienza dei propri limiti, lo tutela dalla condizione di impotenza (c'è sempre qualche cosa che si può fare) salvaguardandolo anche da un rischio assai più grave, quello dell'abbandono e del tradimento.

Volontaria, in questo luogo, è l'intenzionale e coerente disponibilità a testimoniare serenità e fiducia anche quando il buio avanza, nella grata consapevolezza di dovere questo alla vita.

Ma tutto ciò non cresce come i fiori che si incontrano negli alpeggi, espressione della magnificente ricchezza della natura. E' esito di un'esperienza sedimentata, di un costume personalmente assunto e costantemente migliorato attraverso un percorso di relazioni performanti e costitutive, praticate ogni giorno.

Noi che siamo venuti dopo costruiamo su un fondamento già gettato, facciamo rivivere dentro di noi una testimonianza ricevuta, disponibili ad interpretarla in modo assolutamente originale, nel rispetto di alcune caratteristiche fondanti.

Al volontario è richiesta, infatti, una specifica iniziazione a percepire e tenere acceso il decisivo attaccamento alla propria identità personale in coloro in cui questa fermezza rischia di spegnersi, o è già rimasta soffocata. Difendere tale fertile originalità, che non deve andare smarrita, qualifica il nostro ospite come soggetto accompagnato e mai come semplice "oggetto di cura".

Egli, pure nella completa mancanza di autonomia, o nel mutismo cui è consegnato dalla sofferenza e dalla malattia, è sempre attiva rivelazione che chiede di essere accolta.

Se il volontario si tiene aperto su questa imprevedibile novità, educando i sensi dell'ascolto, della comprensione e della vicinanza, dal suo prendersi cura gli viene restituito, insieme al senso del suo agire, il significato più ampio della sua stessa vita.

A volte il riscontro è immediato, specie quando avviene dentro un vortice di preoccupazioni, inquietudini e paure che possono essere neutralizzate, assecondando le istanze di serenità che tutti condividiamo. Altre volte la corrispondenza è più difficile, la relazione più problematica, ma può sempre essere autentica e preziosa.

In ogni caso sono i nostri ospiti che conferiscono specificità propria al nostro agire, qualunque sia la loro condizione. Non si limitano a riconoscerne importanza e utilità (sarebbe veramente una poca cosa), ma attraverso il cambiamento che inducono in noi esercitano un ruolo di trasformazione sociale e culturale. 

Rendono visibile nei volontari e in tutti gli operatori sanitari attenti ed empatici, un plus qualitativo a tutti gli effetti misurabile, cioè capace di modificare il modo di essere di questa istituzione.

Sollecitano il volontario a porsi in gioco integralmente - "lo chiamano a decidersi per" - prendendo coscienza di essere originariamente e inestricabilmente libertà, volontà e conoscenza.

In tal modo la testimonianza del volontario abita una storia ordinaria e il suo agire scaturisce dalla fiducia con cui egli si affida all'imprevedibile, alle attese che lo sollecitano a corrispondere. Egli indaga il vissuto, progetta modelli per l'avvenire assumendo come "testo" il quotidiano; acquista intelligenza dall'agire, perché mai il suo agire pratico si riduca a semplice agire operativo.

LA SPERANZA CHE MI E' VENUTA INCONTRO

Il sottotitolo mi consente di schizzare il profilo del volontario che mi porto dentro. Non intendo né proporlo né raccomandarlo: lo offro semplicemente come testimonianza. A ciascuno, infatti, è sollecitata originalità nell'interpretare le caratteristiche fondanti il costume di questo luogo e che considero condivise.

I miei primi passi in Hospice sono stati titubanti: ho dovuto tenere basso il volume del mio vociare interiore e legare al guinzaglio le mie certezze e le ragioni che mi avevano indirizzato nella scelta. Mi sono semplicemente deciso: mi sono, per così dire, buttato.

Sorpreso positivamente dall'attenzione riservata alla persona e dalla pratica clinica tesa a misurarsi con lo spessore del dolore mi risultò abbastanza facile sciogliermi dentro questa progettualità di portare sollievo.

Nutrivo però un'ambizione: quella di partecipare ad un cambiamento culturale, come soggetto consapevole e attento, ma la cassetta degli attrezzi che mi portavo appresso si rivelava ogni giorno sempre meno adatta allo scopo.

La mia disponibilità era sollecitata ad ampliarsi: lasciarmi cambiare da coloro che ogni giorno immediatamente e imprevedibilmente incontravo. Compresi allora che dovevo aprirmi a nuove relazioni, lasciare che occupassero uno spazio, un tempo, accendessero emozioni importanti nella mia vita.

Descrivo tutto questo processo alla stregua di una crescente possibilità a lasciarmi inventare dal quotidiano, accogliendolo come un rinnovato mistero da decifrare e al quale affidarmi con fiducia. Soprattutto volentieri.

La mia ambizione finì così per transitare nelle mani di altri, farsi immanente alle loro attese. La qualità della mia risposta poteva commisurarsi con il sollievo che loro provavano nel riprendere contatto con una realtà ostile, fonte di paure e dalla quale tenersi lontano chiudendosi a riccio dentro un "io" stretto e angosciante.

Mi fu offerta la possibilità di conoscere i "Fiori di Bach" e, seppure si presentassero distanti dal mio sentire, mi lasciai coinvolgere in momenti formativi dei quali conservo ancora vantaggioso ricordo e devota gratitudine, per la disponibilità dalla quale sono stato circondato.

Ho iniziato così a riservare maggiore attenzione anche a ciò che, irriducibile al biologico e allo psichico, ne postula la cooriginaria unità: alle emozioni.

Tutto questo è servito a cambiare ulteriormente me stesso e rendermi maggiormente disponibile a dare voce, a partire dalle emozioni, alla attesa di aiuto che giace nel profondo dell'animo nel tempo della crisi, quando si accende il turbine interiore della tempesta per l'inesorabile approssimarsi del morire.

Gli occhi e le mani hanno imparato a trasfondere l'aiuto che accompagna il malato terminale nella fatica del distacco da ciò cui più è legato; segni di una presenza, condivisione di un tempo e di uno spazio terribilmente vuoto.

Nel profondo lago, in cui alcuni ospiti mi hanno lasciato attingere, ho potuto percepire ciò che gorgogliava della loro libertà. Ho condiviso la collera, il risentimento, la paura, la rivolta, la rassegnazione e infine l'accettazione; ho corrisposto all'attesa che ciascuno nutriva di esprimere un bisogno urgente di salvezza; sono divenuto crogiuolo nel quale accogliere e purificare il senso di una vita che bramava un diverso e ben altro tu, per rispecchiarsi e riconoscersi.

Ho lasciato attecchire, nella prossimità, relazioni che hanno coinvolto la mia libertà, l'hanno istruita e costituita. Ho accettato di diventare allievo della sofferenza, del dolore e anche della morte e ho conosciuto in questo modo il volto della speranza, compagna dei luoghi e dei tempi in cui sembra più smarrita.

L'ho incontrata e mi ha sorriso proprio dove si nasconde agli occhi di chi non la vuole veramente incontrare: mi ha cambiato il volto e il cuore. Ho compreso, infatti, con disappunto che quando ne godevo la presenza dentro il pozzo dei miei desideri, vi trovavo in realtà riflesso solamente la mia immagine. Speranza ora è per me un dono da accogliere e portare in grembo: è la promessa della vita della quale prendere consapevolezza.

Ciò che prima chiamavo speranza, gli oggetti della mia speranza (salute, beni, successo) sono ben poca cosa rispetto alla promessa di bene che ora posso accogliere come definitiva, dentro la fragilità del mio essere.

In verità noi già l'accogliamo, ma inconsapevolmente, dentro lo spazio e il tempo delle relazioni che ci hanno costituito, senza provare gratitudine e desiderio di conoscerla veramente.

Ma quando più che mai abbiamo bisogno, allora ella, la Speranza ci viene incontro, e la vediamo faccia a faccia. Ci aiuta in questo la nostra fragilità quando, senza più spazio e tempo, tenta l'affidamento definitivo.


Achille Tironi - 17 aprile 2015
la foto in apertura è "la Speranza", una delle formelle della porta sud del Battistero di Firenze, opera di Andrea Pisano



  

INTERVISTA CON CAMILLA

di Maria Chiara Verderi



La mia amica e collega Camilla Marinoni ha gentilmente voluto farmi alcune domande riguardo il lavoro che Achille ed io stiamo svolgendo presso l'Hospice, il progetto "Fiori di Bach in Hospice".
L'intervista è postata sul suo interessantissimo blog Fioriarcani ma anche sotto questo link potrete leggere quello che ci siamo dette.

Ringrazio Arabella Salvini per l'illustrazione!

NON C'E' PIU' NIENTE DA FARE? IL CON-SOLARE RESTA, SEMPRE

di Daniela Buvoli Scordamaglia BFRP

Relazione alla Conferenza Internazionale "Seeing Beyond - Vedere Oltre" - Padova 26 - 28 settembre 2014






Da sempre istintivamente l'uomo insegue la felicità e la qualità della vita e non pensa alla morte, per quanto rappresenti la sua destinazione finale e certa. Arriva poi un momento in cui l'uomo sente approssimarsi una data intuita e non voluta, un momento in cui sembra perdere tutte le aspettative e le speranze di un futuro perchè tutto sembra già essere deciso.
E', ad esempio, il caso di una malattia che non risponde più ad alcun trattamento attivo ed emerge la paura dell'abbandono, dell'ignoto, dell'oblio.
Quando il corpo muore l'uomo incontra la propria fragilità fisica, emotiva, mentale, spirituale.
Quando il corpo muore è la nostra vita che muore, sono le perdite, i distacchi, le paure, il Mistero.
Quando il corpo muore è forse la possibilità di fare spazio dentro di sé per trovare o ritrovare il significato del nostro esserci e del nostro lasciare.
E' dunque anche nella fragilità che gli esseri possono incontrarsi con tenerezza e compassione, riconoscendo i propri bisogni ed entrando in contatto, ognuno con la propria dimensione psicofisica e spirituale.
Vivere per non sopravvivere.
Non è certo facile offrire una presenza positiva accanto ai malati durante l'accompagnamento nel cammino, spesso travagliato, verso la fine della vita e non è possibile consigliare un comportamento standardizzato ed in tutti i casi formalmente corretto: mai come in questi momenti è evidente l'UNICITA' della persona affidata alle cure. Il momento del morire diventa l'occasione per rendere presente di nuovo ciò che si sottrae alla coscienza, l'aldilà delle cose e del tempo, il cuore delle angosce e delle speranze, la sofferenza del dialogo eterno della vita e della morte.

Dice Emily Dickinson:
C'è una solitudine dello spazio,
una solitudine del mare,
una solitudine della morte,
ma queste non sarebbero che una folla
comparata a quel luogo profondo, quella polare segretezza,
di un'anima ammessa al proprio cospetto
finita infinità.

Allora il consolare prende il suo significato etimologico di con-solere. Stare con chi è solo in questa solitudine e abbandono degli uomini e delle cose, consapevoli di noi stessi della nostra solitudine. Poi accade come quando ci si trova improvvisamente al buio e ci si prende per mano, ognuno è come l'altro e reciprocamente ci si sostiene nel cercare la via.
Nel momento di maggiore solitudine, con il corpo spezzato sulla soglia dell'infinito, subentra un altro tempo che non può essere misurato con i nostri criteri. In pochi giorni o in pochi attimi, con l'aiuto di una persona che permetta alla disperazione e al dolore di esprimersi, il malato può anche comprendere la propria vita, seguirne il filo rosso, appropriarsi del senso della propria esistenza, ne manifesta tutta la verità.
Anche un solo attimo può illuminare la storia di tutta una vita.

Nell'accompagnamento si diventa ostetrici di noi stessi, ci si apre alla tenerezza e soprattutto alla disponibilità di entrare in intimità per aprirsi a linguaggi non usuali. Non ci sono obiettivi, non si ricercano soluzioni, ma ci si lascia guidare dalle reazioni, condivisioni, emozioni dell'altro.
Respirare respiro nel respiro, sentire il ritmo del battito del cuore, accarezzare per riconoscere e incontrare non solo un corpo ma una soggettività, muoversi nello spazio del senso, che come dice Jaspers, è lo spazio della comprensione, non della spiegazione, un luogo dove il pensare, il sentire ed il volere sono in rapporto armonico tra di loro.
Uno spazio dove insieme si diventa cercatori di pietre preziose.

Nell'accompagnamento diventa essenziale essere consapevoli della nostra presenza nel qui ed ora, come esperienza radicale di noi stessi per essere liberi in una dimensione di continuo presente. Essere consapevoli che è come scendere tra i corpi delle persone, entriamo nel tessuto vivo delle loro esistenze e semplici gesti o movimenti possono trascendere la dimensione razionale consueta. E' quindi importante essere presenti e radicati a ciò che accade, sia fisicamente che mentalmente, disposti a lasciarci stupire ed umili nell'accettare che accada ciò che deve accadere, senza volere, senza forzare, ma con fiducia nell'evento che sta per compiersi, perchè la morte fa paura, è un salto nel buio, nel mistero non ancora svelato.

E' come navigare insieme, anche controvento, verso quello spazio dell'anima dove posso regalare all'altro la mia fedeltà e sa che può contare su di me.

Quando leva l'ancora il marinaio prende in mano la propria esistenza per affrontare talvolta solo e talvolta in condizioni molto dure gli elementi scatenati, contando sulla sua preparazione, la sua calma, la resistenza, l'intelligenza, l'intuizione, le sue sensazioni, il suo cuore.
Si sa che in mare, anche quando si è previsto tutto, l'imprevedibile sarà sempre all'orizzonte.
Percorrere insieme l'ultimo tratto dell'esistenza è come essere in mare e governare una barca a vela. La forza e la passione di chi l'orienta verso la meta, la tenacia di esplorare ogni possibilità, la pazienza di regolare le vele ogni volta che ce n'è bisogno non bastano. Per solcare il mare c'è bisogno di un'attenta e paziente sintonia tra mare, vento, barca, skipper ed equipaggio, che permette di attraversare l'oceano e diventa arte, sorpresa, stupore, ove nulla è lasciato al caso o alla superficialità. Ma arriva sempre il momento di navigare a vista, la più difficile delle navigazioni ove tutto ciò che si conosce con la ragione rimane sullo sfondo. Il linguaggio cambia, si è presenti con tutti i sensi contemporaneamente: con gli occhi si scruta il movimento del mare e l'orizzonte, con il tatto si percepisce il vento sulla pelle, ogni odore può indicarci un segnale, le orecchie si affinano per percepire il minimo rumore, in gola il gusto della saliva per la paura che è sempre compagna del coraggio. Si comunica nel silenzio, con piccoli cenni, con l'intuizione e con il cuore. E poi qualcuno va a prua o addirittura in testa d'albero per cercare di vedere oltre e trovare il luogo sicuro ove finalmente calare l'ancora.






Ha calato la sua  ancora Andrea, che nel simbolo di un vecchio tatuaggio, ha ritrovato il significato del suo morire. Una carpa Koi dorata, che contro la corrente impetuosa risale con coraggio le acque per riposare e rinascere nel lago dell'immortalità.
Daniela, ostetrica che tante vite ha portato alla luce, malata di SLA, rifiutando l'intubazione è stata ostetrica della propria morte, accompagnata dal mio respiro nel suo respiro faticoso, dai miei occhi in quegli occhi nei quali potevi perderti. Ancora sento il calore delle sue lacrime raccolte nelle mie mani.
Titti, angosciata dal pensiero di essere dimenticata dalla figlia di 5 anni, ha riempito i giorni di colori e di entusiasmo, trovando ogni giorno un motivo per il quale valeva la pena di vivere ancora.
Luigi, violento, egoista e aggressivo, cui il perdono di un Dio sconosciuto non era sufficiente a calmare la sua angoscia nella consapevolezza della morte che si avvicinava, in un momento magico, proprio alcune ore prima della sedazione, ha incontrato il perdono delle sue famiglie, il solo perdono che gli ha permesso di lasciarsi andare in pace.
Cosimo, che sembrava risvegliarsi dal suo intorpidimento quando gli leggevo le poesie degli indiani Navajo. Lui, vecchio figlio dei fiori, che in quelle parole in armonia con gli elementi e l'Universo, ritrovava il sorriso e il senso della sua vita.
Mireille, giovane e bellissima, accompagnata a lungo attraverso sentimenti di rifiuto, negazione, disperazione, rabbia, impotenza. Abbiamo trovato insieme un nostro ritmo nel respiro, come se inspirassi il suo dolore di non voler morire ed espirassi verso di lei un sentimento di calma e serenità che le portasse un po' di luce e di pace. Mano nella mano per non farla cadere sola in quel buio che tanto temeva.
Stefania, che dopo mille tempeste, è salita con coraggio in testa d'albero ed ha intravisto la gioia del mistero, conducendoci tutti stupiti fino alla soglia e oltrepassandola consapevole e serena.  

Ho visto occhi morenti 
Correre intorno in una stanza
In cerca di qualcosa - così sembrava -
Poi diventare opachi
E poi velarsi di nebbia,
e poi saldarsi fino in fondo 
senza aver rivelato che cosa
li avrebbe resi beati di aver visto
(E. Dickinson)

Poi, noi, noi...

.........subito si
riprende il viaggio,
come dopo
il naufragio, 
un superstite lupo di mare
(Ungaretti)

Daniela Buvoli è BFRP (Bach Foundation Registered Practitioner), counselor, insegnante di yoga e volontaria da molti anni presso l'Hospice di Casalpusterlengo. Accompagna i degenti e i loro familiari con il counseling integrato da alcuni strumenti tra cui i Fiori di Bach




INTERVISTA SU RADIO LODI

di Maria Chiara Verderi

 

Alessandra Vittadini, una mia stimata collega consulente certificata del Bach Centre, in una serie di 11 interviste ha parlato dei Fiori di Bach nei vari frangenti della vita.

Per arricchire le interviste, Alessandra ha gentilmente voluto coinvolgere in questa occasione anche alcuni altri colleghi specializzati nei vari argomenti. Nell'ultima puntata, l'undicesima, sono stata intervistata anch'io per raccontare l'esperienza che Achille ed io viviamo in Hospice.

Troverete la serie di interessantissime interviste a questo indirizzo:

Radio Lodi - Zona riascolto - NaturalmenteRadioLodi


LE TRE MARIE 

di Achille Tironi - Volontario AHMIS (Amici Hospice Malattie Infettive Sacco)

 


La storia di Milano associa il nome "Le Tre Marie" all'antico forno della Corsia dei Servi. Ai milanesi del boom economico il marchio rammenta soltanto i profumi ed i sapori della Pasticceria del Corso che allietava le feste con una produzione di nicchia della tradizione meneghina.

Successivamente il prestigioso marchio "doc", benchè radicato nella storia di associazioni benefiche e confraternite della città, ha finito per identificare una produzione assai differenziata e rivolta ad una clientela più numerosa, più volubile che esigente, senza memoria del fatto che il sapore del pane, i profumi del burro e la delicatezza della pasta frolla si impastano con la farina di giorni difficili e belli insieme. Con lacrime e sudore, con delusioni e speranze sempre nuove: l'acqua, il sale e il lievito sono elementi preziosi, ma il sapore inestimabile viene dal fare e dal desiderio di crescere insieme.

Ho voluto etichettare con " Le Tre Marie" la vicenda tra noi di tre donne, per semplicità identificate con M., le tre Marie. Nel nostro caso, infatti, si è rivelato prodigioso il recupero di una memoria intrisa di profumi che hanno risvegliato le delicate carezze dei sogni, sufficienti a riconsegnare un presente non più abitato dalla paura ma trapuntato da istanti di gioia.


M1. ha appena compiuto 82 anni quando prende possesso della sua camera, al culmine di un Agosto clemente con i milanesi imboscati in città. E' avvolta nell'ansia e si insedia come una donna senza storia, proprio perchè ha troppe storie da raccontare. Talmente diverse che lei stessa si perde, risucchiata nei gorghi un'ansia impetuosa che le toglie il respiro.

Le concedo tempo, sto a sentirla e tento di isolare, nella burrasca delle parole, le paure vere che provocano sofferenza. Non molla la presa del campanello, sollecita costantemente la nostra presenza (Heather) e ci vuole lì per condividere, a suo dire, la preoccupazione di non poter provvedere al marito ed ai figli (Red Chestnut).

In realtà la diffrazione della sua ansia ci fornisce i tratti di una persona arrogante e prepotente (Vine). Io resisto alle manovre diversive con le quali vorrebbe consegnarmi una realtà conforme alle sue paure e mi ingegno a risalire la corrente fino alla sorgente della sua fanciullezza.

Un cielo senza nubi, una casa piena di sole. Affetti delicati e sogni ne abitano le stanze sotto il cielo della Sicilia. Il ferro rovente che le bruciava l'animo allontana da lei la sua incandescenza, impossibilitato a ferire, non appena i profumi familiari, di cui è pregna la memoria, diventano uno scudo efficace. Il suo animo trova istanti di riposo.

La fragranza del mandarino le ridona l'ottimismo dell'infanzia e le sue parole si fanno leggere, le gote concedono un sorriso e le mani, che prima tormentavano il lenzuolo sopra il petto, lasciano la presa e scendono lungo i fianchi, quasi a sistemare il vestito con un vezzo da bambina.

Nelle sue parole e nei suoi occhi c'è solo lui, il padre. Tenerissimamente accolto.

Rimango confuso a contatto con un passato così nitido e preciso. Lui che aveva acceso i suoi sogni è ancora oggi il suo sole. Ella è sorpresa della bellezza del momento e gode di un istante in cui tutto, dentro di lei e attorno a lei, si è chetato. Respira, ringrazia e sollecita la promessa di un ancora.

Lascio che si culli nel ricordo di un inizio così promettente, assicurandola che mai la fiducia può essere del tutto smarrita.
Dopo alcune settimane potrà rientrare a domicilio portando un peso (Pine) dal quale le sarà difficile liberarsi. Impossibile per lei che è diventata ciò che mai avrebbe voluto essere, introiettando e assecondando la presenza detestata di sua madre.




M2. è preceduta da notizie che ce la annunciano come un caso difficile. Ottantatre anni, un brutto intervento alle spalle, complicazioni successive e condizioni generali precipitate dentro un quadro acclarato di Alzheimer.

La accogliamo con attenzione e garbo ma la sua è "reazione allergica" e siamo costretti a contenerla. Condividiamo però la intuizione che la sua opposizione possa essere dettata da terrore (Rock Rose) e mettiamo in atto una presenza sistematica destinata a tranquillizzarla.

I risultati arrivano presto e così riusciamo nel breve di qualche giorno a liberarla dalle contenzioni instaurando con lei un rapporto disteso nel quale giocano un ruolo fondamentale gli interventi destinati a controllare bene il dolore.

La aiutiamo ad avere ragione delle paure di perdersi e di impazzire che le stringono l'animo (Cherry Plum) originando ansie pomeridiane terribili. Proviamo a vincere l'assedio di pensieri di gelosia e sospetto (Holly) che la rendono rabbiosa e insopportabile, quando percepisce la solitudine.

Si lascia trasportare volentieri per i corridoi e nell'incontro serale con i familiari non presenta più quegli atteggiamenti oppositivi al limite della ingestibilità.
Quando rimango con lei accanto al letto riesce anche a lasciarsi andare a momenti di riposo ristoratore ridestandosi più serena e bendisposta. In certi momenti è come un bambino stremato che non riesce a prendere sonno.

Non ha un carattere dolce, è puntigliosa e non disposta a cedere (Vine) ma, dietro la scorza dura delle sue reazioni, presenta angoli non presidiati, dai quali si può passare. Casa e giardino!
Dirigo su questi l'attenzione lasciando scorrere il suo racconto, pur trovando difficoltà ad ordinarlo coerentemente. Lì batte il suo cuore!

I colloqui con la figlia mi forniscono le corrette coordinate spazio temporali e ci sorprendiamo entrambi della vivacità delle immagini e dello strambo puzzle nel quale sono ricomposte (Clematis).

Al ridestarsi dei ricordi trascorre un pomeriggio tra i fiori e le piante, dimentica del suo essere distesa su una carrozzina basculante. Ci spostiamo nelle stagioni scegliendo il tempo per potare, rinvasare, battagliare con gli insetti. Fa morire d'invidia la vicina mentre passiamo in rassegna le fronde degli alberi dalle vetrate del corridoio, all'altezza dei nidi.

Il migliorare delle condizioni generali acuisce, fino a diventare struggente, il suo desiderio di tornare a casa. La soluzione che si rivela più adatta a lei è quella di un trasferimento in RSA, con disponibilità di un Nucleo Alzheimer.

Il giorno prima del congedo la accompagno a vedere le ortensie paniculate nel parco dell'ospedale, dopo aver provveduto ad accendere la sua curiosità, descrivendole come una rarità.
Ricordo il suo sguardo confuso e la mano allungata, pronta a stringere un desiderio, come un bambino. Ne tastò la consistenza, ne percepì la frescura, ne carpì un sentimento vellutato che mi auguro abbia reso più morbidi i suoi successivi giorni.



M3. conosce bene l'ospedale e ha appena compiuto 86 anni. Una famiglia premurosa attorno, un marito pignolo e scorbutico, day hospital e ricoveri sistematici fino a che non risulta più possibile continuare l'andirivieni abituale.

La incontro qualche giorno dopo il ricovero, ancora sofferente per le difficoltà che si presentano ai medici nel contrastare le punte apicali di dolore.

La figlia, passa tutto il pomeriggio in camera con lei, e tenta di convincerla con abbondanti assicurazioni della provvisorietà di un ricovero in un posto che la terrorizza (Rock Rose). Non vuole essere mobilizzata perchè questa manovra le acuisce i dolori.

Trascorre i primi giorni visitata da una paura cui non riesce a dare un volto (Aspen) ed è infastidita da pensieri che non la abbandonano neppure la notte. (White Chestnut) aumentando i battiti del cuore e provocandole un'intensa sudorazione.

Nei giorni successivi la fortuna le assicura momenti di benessere e le sue ore si fanno più leggere, convincendola della brevità della sua permanenza piuttosto che della instabilità della sua reale condizione.

Pian piano intende riprendere le sue attività pomeridiane anche se le forze stentano a sostenerla (Olive).

La figlia accondiscende al desiderio della madre e la camera si riempie presto di nastrini, stoffe, aghi, fili, spilli, gessetti e forbici. Un laboratorio nel quale le loro mani danno forma ad un modello di gatto a struscio da collocare dietro lo spigolo di una porta, appoggiare al vetro dietro la tenda, distendere sul pianoforte, imbucare sul divano o lisciare in fondo al letto.
Una memoria di gesti collaudati, espressione di una serenità ritrovata dentro un animo che culla sogni domestici.

E al sogno segue anche la realtà di un mattino che la vede rientrare a casa, dopo aver salutato medici, infermieri e volontari riservando a ciascuno parole di sincera gratitudine.


Achille Tironi