Passeggero vai, non avere paura!

di Achille Tironi - Volontario AHMIS (Amici Hospice Malattie Infettive Sacco)




L'avevano accompagnato da noi a fine mattinata, dopo un passaggio animato per il "Pronto Soccorso". Giunto da poco, già si trascinava per qualche momento fuori dalla camera lungo i muri del corridoio, con un incedere incurvato, strisciando sui piedi.

Ci eravamo accorti che nel reparto non avevamo un letto capace di contenere distesa la sua lunghezza. Guardavo "sua altezza", la sua corporatura esile e scavata, mentre lentamente si allontanava. Maglietta e pantaloni, più che indossati, figuravano posti su uno stenditoio di fortuna.

Lo sguardo tratteneva fierezza ma segni di delusione solcavano la maschera del viso contratto e poco disposto al sorriso. Percepivo lo stridore di pensieri ruvidi che, dibattendosi, gli graffiavano l'animo e non concedevano riposo alla mente. Era esausto e, impossibilitato a fuggire altrove, misurava a spanne la strana gabbia che si era trovato intorno.

Portai in camera sua la ciotola con i Fiori che avevo preparato per aiutarlo ad avere ragione dello chock che doveva aver provato passando l'ingresso dell'Hospice. Rescue Remedy, poi Mimulus per vincere la paura e Water Violet per evitare il rischio di una chiusura in sè. Buttai l'occhio in giro in cerca di un appiglio che mi permettesse di sollevare il mio volto all'altezza del suo e addolcire il suo sguardo. Appesa e quasi del tutto nascosta dalla porta, avevo riconosciuto la maglia ufficiale delle partite internazionali.

Milan! Milan! Lanciai in corridoio il roco eco della curva nord capace scaricarti da ogni altro pensiero, vibrando all'unisono con la struttura dello stadio.

Un sorriso ampio accolse il mio cinque e, senza una parola in più, gli sfuggii strisciandolo e camminando deciso nella direzione opposta, proprio come se fossi atteso altrove. L'aggancio era riuscito.

Lo ritrovai, di ritorno, sull'ingresso della camera, orgoglioso per la maglia della quale avevo intravisto solo il bianco e i colori sociali. Me ne mostrava il dorso, distendendola all'altezza del mio viso: 92 EL SHAARAWY e la firma autografa del "Faraone".

Due giorni più tardi accolse refrattario il mio invito per una passeggiata nel parco. Sentiva il bisogno di riposare e soffriva sul fianco sinistro: mi accordai per due ore più tardi avventurandomi in un colloquio reso impraticabile dalle mie carenze linguistiche. Avevo però appreso l'indispensabile.

O. veniva dalla Nigeria, aveva 33 anni, era solo, la corona del rosario al collo, la Bibbia sul tavolino, un intervento invasivo alle spalle, il presente in un dormitorio di periferia, nessuna voglia di ritornare a casa. Destinazione Inghilterra.

Restò con i suoi pensieri, disteso sul fianco sinistro, le gambe contratte ed i piedi fuori dal letto. Gli occhi erano aperti, senza fissare la parete; li attraversava una densa nebbia di delusione che non voleva svanire.

Lo lasciai cercando dentro di me le parole del bellissimo canto con cui Giosy Cento si china con commovente dolcezza sul lacerante distacco che ogni giorno si consuma davanti ai nostri occhi senza scuotere la nostra indifferenza.

Tu sei la mia sorgente, sei la stella mia,
mi hai partorito un giorno, sei la mamma mia,
a piedi nudi e freddi ti ho calpestato
e tu mi hai sussurrato: un fiore bello è nato.

Tu sei mia sorella, sei la mia ragazza,
ci siamo fidanzati un giorno sulla sabbia.
In tasca i pugni stretti per sentirmi forte,
ho alzato la mia vela e ho pregato il Vento.

Terra, guardo il mare e vado via,
nei miei occhi solo tu,
il vero grande amore, il cielo su di me,
uno strappo di dolore che mi porta via da te
e il vento è nostalgia di chi ritornerà. (1)

Abbiamo trascorso insieme il pomeriggio fino all'ora della terapia serale. Un passo dopo l'altro, taciturno ma con gli occhi attenti, si è portato via di me più di quanto potessi prevedere. Gli ho mostrato tutta la struttura dell'Ospedale, Università compresa, con l'intento di accendere in lui fiducia e contrastare la resistenza originata da esperienze che lo avevano segnato negativamente.

Mentre sorseggiava un'aranciata al bar dell'Università guardava ragazze e ragazzi, appena più giovani di lui, a cui la vita offriva possibilità di cui non si rendevano conto. Teneva tra le mani la lattina vuota, la appoggiava e poi la riprendeva. Lui stesso era chiamato a dover conferire peso a situazioni e cose con un'urgenza che non consentiva esitazioni. Anche la mia persona gli creava interrogativi che non riusciva ad esprimere.

I suoi giorni erano stati amari  e avari di dolcezza, sperimentando sulla sua pelle ciò da cui noi volontari dovremmo sempre guardarci. Quando ci facciamo strada, ci avvantaggiamo servendoci proprio di coloro per i quali la vita è già troppo pesante, aggiungiamo peso al peso. Il ricevere, pure se abbondante, in questo caso mortifica, cancella il sorriso e spegne i sogni.

Seguirono giorni in cui risultò arduo, e per lui doloroso, medicare la sua anima che gridava aiuto. Ritenemmo per lui indicati nuovi Fiori: Walnut per accogliere la nuova situazione; Oak per favorire l'affidamento alle persone che promettevano di accompagnarsi a lui.

Al corrente della sua diagnosi trovò grande difficoltà a prendere atto di una prognosi che lo inghiottiva senza scampo. Il progredire del male e il venir meno delle forze lo convinsero molto presto dello sfiorire di ogni possibilità e gli proponemmo i Fiori Rock Rose e Sweet Chestnut per aver ragione del terrore e dell'angoscia che una simile presa d'atto comportava.

I suoi giorni, attraversati da un dolore e da un'ansia indomabili, divennero insopportabili. Favorimmo per qualche giorno il suo rientro presso la Comunità che lo aveva ospitato prima del ricovero, pronti a riaccoglierlo quando l'ansia e il dolore divennero incontenibili.

Ospitammo la sua persona, la sua rabbia (Holly) e il suo risentimento (Willow) motivati dal sospetto che non fosse stato fatto tutto il necessario per lui. Cercammo la sua comprensione (Beech) perchè ci consentisse di stargli vicino nell'ultimo tratto di un viaggio diretto ad una diversa meta.

Passeggero vai, non avere paura
la tua alba è sempre accesa
e il sole ti fa strada. (2)




 Achille Tironi

(1) Giosy Cento: "La Vela e il Vento"
(2) Giosy Cento: "Passeggero

BUON NATALE!

di Maria Chiara Verderi

 




Questo Natale sotto l'albero, anzi sotto questo link, troverete la traduzione del libro del dott. Edward Bach "I dodici guaritori e altri rimedi" che la Fondazione Bach ha voluto curare e che ci ha donato.
Potrete scaricare, stampare, leggere, rileggere, spilluzzicare e assaporare in tutta tranquillità le sue parole ogni volta che ne avrete desiderio.
Il mio augurio per questo Natale è che voi possiate essere toccati dalla gentilezza, dalla calda umanità e dalla saggezza del dott. Bach così come ne sono stata toccata e continuo ad esserne toccata io!

Con i miei migliori auguri per un Natale veramente sereno e gioioso!

Maria Chiara



STRESS E FIORI DI BACH

di Maria Chiara Verderi



Che cos'è lo stress? Lo stress (dal latino "stringere") è la pressione esercitata su di un oggetto, tale da danneggiarlo o fargli perdere la sua forma; nell'ingegneria meccanica è la proprietà di un metallo di sopportare la torsione e la trazione. Questo termine è stato preso a prestito dalla psicologia ed è diventato di uso comune per tutti noi.
Hans Selye fu il primo che iniziò a studiare lo stress nel 1936 circa. Selye definì lo stress come la reazione non specifica degli organismi viventi a fattori esterni nocivi.
La reazione allo stress non dipende, secondo lui, dalla natura dello stimolo ma dalla sua rilevanza per l'individuo. Definisce lo stress anche come Sindrome Generale di Adattamento e distingue in essa 3 fasi:
  1. FASE DI ALLARME: di fronte a uno stimolo reputato come un pericolo, ogni oganismo avvia una mobilizzazione delle sue risorse per far fronte e neutralizzare la minaccia.




  2. FASE DI RESISTENZA: se nonostante la reazione messa in campo la situazione minacciosa persiste, l'organismo mette in atto una strategia di resistenza in cui le risposte vengono accentuate e stabilizzate

  3.  FASE DI ESAURIMENTO: se, nonostante tutti gli sforzi messi in atto la situazione persiste, l'organismo non avrà più risorse disponibili. Questa situazione può, alla lunga, portare danni all'organismo che potranno essere transitori ma anche portare alla morte.


 Nel 1938 il dott. Walter Cannon nel suo libro "La saggezza del corpo" introduce il concetto di OMEOSTASI e cioè la proprietà dell'organismo di mantenere le proprie funzioni interne (Ossigeno, glucosio, temperatura, ph,...) entro valori accettabili. Questo concetto viene da lui inoltre esteso alle minacce psicosociali.
Di fronte a minacce o bisogni la risposta dell'organismo può richiedere non solo l'attivazione di processi fisiologici interni ma anche l'adozione di comportamenti ed azioni opportune da parte dell'individuo.
Lo stress è la risposta a tutto ciò che minaccia gli equilibri omeostatici. In sè non è qualcosa di negativo bensì è l'insieme dei processi che hanno come fine quello di preservare condizioni di equilibrio sia interne all'organismo sia dell'organismo stesso con l'ambiente esterno.
Quindi, secondo Cannon, quando siamo in presenza di uno stimolo stressante:
  • Si verificano modificazioni sul piano fisico il cui fine è quello della produzione ed allocazione rapida dell'energia necessaria a sostenere la risposta
  • Si attiva inoltre l'attivazione di un profilo comportamentale idoneo alle necessità contingenti
La ricerca sullo stress nel corso degli anni è andata avanti ed oggi abbiamo una visione che riesce ad integrare le varie posizioni
  1. lo stress è il tentativo di mantenere un equilibrio eliminando o riducendo la discrepanza tra una situazione reale o temuta e una situazione accettabile o ritenuta tale. Di fronte a qualcosa che ci minaccia c'è una richiesta di ripristino delle condizioni di equilibrio che deve essere soddisfatta e l'organismo si attiva in tal senso
  2. lo stress non è un fenomeno eccezionale o marginale. Le vie dello stress sono costantemente attive sia che l'individuo sia cosciente delle fonti di stress sia quando ne è inconsapevole. Lo stress è costantemente presente e fa parte del nostro comportamento. Se però la reazione è troppo attiva è facile che possa dar luogo a effetti secondari
  3. lo stress non è una reazione aspecifica come riteneva Selye. I circuiti che consentono di attivare la risposta sono diversi e diverse le modalità di risposta. (Asse ipotalamo-ipofisi-surrene, via chimica che attiva la produzione di cortisolo. Sistema ormonale midollare del surrene- produzione di adrenalina. Sistema nervoso simpatico- produzione di noradrenalina) Per ogni fonte di stress i cambiamenti sono associati a comportamenti più o meno articolati.
Nel 1988 Bruce McEwan introduce il concetto di ALLOSTASI.
Se omeostasi significa tornare al medesimo stato di prima, l'allostasi è l'ottenimento della stabilità attraverso il cambiamento.
Noi non siamo una realtà statica nè lo è il mondo intorno a noi, perciò l'adattamento è un processo sempre attivo. Noi non torniamo mai esattamente alla situazione di prima e ogni cambiamento lascia una traccia.
Dal punto di vista della sopravvivenza i processi legati all'allostasi hanno effetti protettivi a breve termine ma nel lungo termine si determina un accumulo che viene definito carico allostatico.
Se il carico allostatico diventa sovraccarico l'organismo e tutto l'individuo cominciano a soffrire.
Da studi sulla rilevanza del carico allostatico nella previsione dello stato di salute nel futuro si è rilevato che quanto più è alto il carico allostatico (cioè siamo in presenza di alti livelli di stress) tanto più alti saranno a distanza di anni i livelli di mortalità generale e di malattie cardiometaboliche e tanto più bassi saranno i livelli di autonomia (come capacità fisiche e cognitive) delle persone .
Chi invece ha un carico allostatico basso o medio basso (e cioè è meno stressato) avrà una prospettiva di vita più lunga, più libera da malattie cardiovascolari e metaboliche con migliori abilità intellettive e funzionalità fisica.

La buona notizia è che lo stress, entro certi limiti, non è causato dall'entità effettiva degli stimoli avversi che l'organismo si trova ad affrontare bensì dal valore che lo stesso organismo conferisce loro. E' legato cioè alla lettura soggettiva degli avvenimenti. Naturalmente le richieste che vengono poste all'organismo sono dati oggettivi ma le valutazioni riguardo la possibilità di farvi fronte o meno è, in molti casi, soggettiva. Questo riporta, in parte, nelle nostre mani il potere o la possibilità di affrontare le cose.
Tra i molti sistemi a nostra disposizione per aiutarci a ridimensionare lo stress, posso segnalare i Fiori di Bach che, spesso, hanno un'efficacia notevole nell'aiutare a riequilibrare gli stati emotivi. Nel mio lavoro di counselor suggerisco spesso, se la persona lo gradisce, di integrare i colloqui con l'utilizzo dei Fiori e nella gran maggioranza di questi casi ho potuto osservare quanto i due sistemi riescano ad integrarsi e quali effetti positivi si possano ottenere grazie a questo connubio.

Dalla trascrizione della conferenza che il dott Bach tenne a Wollingford nel 1936:
"Nella vita ordinaria di ogni giorno, ognuno di noi ha un proprio carattere. Questo è composto dalle nostre preferenze, dalle nostre avversioni, dalle nostre idee, dai pensieri, dai desideri, dalle ambizioni, dal modo con cui noi curiamo gli altri, e così via.
Ebbene, questo carattere non appartiene al corpo, è della mente; e la mente è la parte di noi stessi più delicata e sensibile. Perciò non dobbiamo meravigliarci se la mente con i suoi vari stati d'animo sarà la prima a mostrare i sintomi della malattia; ed essendo così sensibile, sarà per noi una guida nella malattia migliore di quella dipendente dal corpo".
E ancora, poco più avanti:
"...E infine, un'ulteriore categoria: le persone che stanno bene, forti e in salute, e tuttavia hanno le loro difficoltà.
Il lavoro di tali persone è reso più difficile dall'ansia eccessiva di fare bene, oppure si sforzano e si stancano per il troppo entusiasmo; altre hanno paura di sbagliare, immaginandosi non così abili quanto gli altri; altre sono incapaci di decidersi su quello che vogliono; altre hanno paura che succederà qualcosa alle persone a loro care; c'è chi teme sempre il peggio, persino senza alcuna ragione; ci sono quelle che sono troppo attive e senza riposo e non sembrano mai in pace; quelle che sembrano troppo sensibili e schive e nervose, e così via. Tutti questi stati d'animo, sebbene non si possano chiamare malattie, causano infelicità e ansia; tuttavia possono essere tutti corretti e una gioia accresciuta entra nella vita". 


Maria Chiara Verderi

fonti:
D. Lazzari, F. Bottaccioli, A. Damasio, J. Ledoux, C. Pert, D.J. Siegel, D. Boadella - J. Liss,  R.M. Sapolsky, R. Dawkins, V.S. Ramachandran, P.A.Levine, E. Bach

I Fiori di Bach nell'attraversare il guado

  di Achille Tironi - Volontario AHMIS (Amici Hospice Malattie Infettive Sacco) 

 

 

La conobbi attorniata da un nugolo di amici. Era distesa sul letto con il braccio sinistro consegnato ad una flebo e la sacca di alimentazione che incombeva sulla destra. Il viso aveva i tratti di una donna più vicina ai sessanta che ai cinquanta, ma da lei emanava ancora freschezza, forza e il fascino di un vissuto assaporato. Discorreva animatamente tranquillizzando i convenuti: l'espressione esibiva bagliori socratici, ma un occhio attento poteva cogliervi anche istanti di smarrimento e forse di black out interiore.

Alla presentazione di rito seguì una TAC integrale: lasciai che il suo sguardo mi scandagliasse e poi trovasse riposo nel mio che mai si era staccato dai suoi occhi. Ci eravamo incontrati e il silenzio era sufficiente a dirci che questo bastava: entrambi coltivavamo l'attesa di una conoscenza più approfondita, rimandata ad un momento meno affollato.

Nei giorni successivi aveva apprezzato il mio braccio come sostegno durante le prime escursioni in corridoio e, di ritorno, appoggiata al guanciale con un sorriso appena accennato, si disponeva a riprendere fiato e attendeva con paziente interesse qualche mia confidenza.

P. viveva uno spazio familiare ed io non ho memoria di una camera di ospedale abitata e vestita da così armoniosa presenza.

Sul tavolino aveva assiepato, con studiato distacco, i suoi strumenti di lavoro: computer, carte, libri e ricordi. Stavano lì per farle compagnia, senza imporre la loro presenza. Sul davanzale della finestra aveva disposto, come in un angolo di pasticceria, caramelle e biscotti riservati all'accoglienza di conoscenti ed amici. Aveva chiesto ed ottenuto un secondo comodino che subito aveva relegato a ridosso dell'armadio, collocandovi il materiale sanitario a lei destinato, coperto da un telo bianchissimo.

P. scandiva le ore del giorno e della notte utilizzando letto, poltrona e sedia, trascinandosi appresso, "Appesa al pennone", la sacca di alimentazione.

"Sono un'oca da ingrasso! Aspettano che cresca di peso per farmene un'altra". Riteneva che non ci fosse bisogno di precisazioni ulteriori per capire di cosa stava parlando e il sorriso si mimetizzava all'istante dentro un colpo di tosse.

La televisione era accesa solo all'orario di cena, dopo aver congedato gli amici venuti a farle visita. La ascoltava soltanto, tenendo gli occhi puntati sulla porta della stanza, perennemente spalancata.

Nel suo lavoro P. aveva riservato una collocazione centrale alle persone, proprio perchè per loro e con loro costruiva la scena, dentro la quale dava forma agli eventi che era chiamata ad organizzare.

Ma se per lei era naturale ascoltare io ritenni imperativo consentirle questo ruolo, diventando per lei una sorta di specchio destinato a riflettere le sue emozioni. Mio compito era filtrarle, attenuandone i picchi e mitigandone l'intensità.

P. conosceva i Fiori di Bach e non mi fu difficile corrispondere alle sue richieste lasciandole descrivere le emozioni con le parole che lei preferiva utilizzare. Poche parole, ben levigate come i sassi raccolti sul greto del fiume, ciascuna con dentro una storia.

Inquieta, si sentiva assalita, dilapidate delle sue energie, proprio in un momento in cui le chiamava tutte a raccolta. "Mi sento come in mezzo al guado. Mi è costato molto decidermi ad attraversarlo. Ora temo di non avere la forza di riuscire ad arrivare dall'altra parte. Guardo e mi sembra che la sponda si sposti sempre più lontano".

La malattia l'aveva aggredita con violenza ed ogni tentativo esperito per contrastarla si era rivelato inefficace. Aveva voluto conoscere con precisione il quadro clinico, condividendo con i medici di sottoporsi ad un possibile ulteriore tentativo, recuperando preventivamente la condizione per affrontarlo.

P. descriveva la sua paura come presentimento di non riuscire a raggiungere la sponda del guado e un'ansia mai provata prima la mordeva nella sua determinazione profonda (Aspen) provocandole una perdita di certezza, quasi una sensazione di svenimento. Era come se lei avesse accettato di tentare il guado senza una vera convinzione, ma solo per far piacere agli amici in camice bianco (Gorse).

Lei non era fatta così, sapeva misurarsi con la vita, dava del tu alle difficoltà senza abbassare lo sguardo: se c'era entrata, ora da questo guado intendeva pure uscire riacquistando le forze con le quali sarebbe ritornata anche la fiducia di riuscire (Olive).

Trascorsero un paio di settimane nelle quali si sforzava di coltivare ottimismo (Mustard). Mi cercava e mi ascoltava volentieri quando le raccontavo delle mie idealità di adolescente e di come la vita le avesse messe alla prova conferendo loro una concretezza inopinata.

P. si calava nel mio racconto apprezzando i colori con i quali descrivevo le mie emozioni. Lei desiderava tanto tornare a casa e ci coinvolse nella ricerca di una badante che, senza avere altre priorità, potesse assicurarle vicinanza e aiuto.

Benchè la sua situazione presentasse evidenti segnali di peggioramento lei continuò con perseveranza a definire in modo più preciso il suo obiettivo, facendo precedere al momento del suo ritorno a casa un fine settimana in casa di amici in riva al lago.

Decidemmo di sostenere questa sua attesa evitando che, per esaurimento delle forze, lei rimanesse schiacciata nella sua determinazione (Oak).

Si rendeva conto, anche se cercava di nasconderlo agli altri oltre che a se stessa, che si presentava davanti a sè una situazione che avrebbe richiesto inopinati adattamenti, capaci di minare la sua sicurezza (Walnut).

Con noi non utilizzò mai espressioni che autorizzassero a pensare che, assalita da angoscia e prostrazione, lei fosse ormai al limite. Nonostante questo modificammo la preparazione dei Fiori sostituendo Gorse, Olive, Mustard e introducendo una protezione per l'angoscia insuperabile (Sweet Chestnut).

Cercammo anche di aiutarla a rinunciare alle barriere che frapponeva alla manifestazione delle sue nuove emozioni (Agrimony) nascoste dietro un'apparente serenità. La notte non era più la stessa per lei, il fuoco dell'ansia aveva bisogno di essere spento (Mimulus) e la sua intransigenza corretta (Rock Water).

P. riuscì nel suo intento e trascorse un fine settimana in riva al lago, ospite di alcuni amici. Il rientro a casa con la badante durò poco più di una settimana e poi le complicazioni indotte dalle metastasi ormai fuori controllo la costrinsero ad un ricovero d'urgenza.

Feci in tempo a salutarla, sfiorandole la mano e leggendo il suo saluto dentro il movimento dei suoi occhi. Il giorno successivo l'accompagnammo con la preghiera.






Achille Tironi 

Integrazione di Counseling e Fiori di Bach nell'elaborazione del lutto

Integrazione di Counseling e Fiori di Bach nell'elaborazione del lutto

di Maria Chiara Verderi




Questa è la storia di quello che potrebbe essere definito da qualcuno un lutto "poco importante". Colui che se ne va, infatti, è "solo" un cane.
Tuttavia un evento doloroso come questo ha il potere di sconvolgere gli equilibri, di traghettare dolorosamente una persona da una vita tranquilla e normalmente funzionante ad un baratro di smarrimento e desolazione apparentemente senza rimedio, di mettere a confronto con il tema dell'abbandono, di rievocare lutti, reali o metaforici, del passato, di costringere a riesumare ricordi di antichi dolori che si credevano oramai superati.
Un pò come quando in mare devi alare una boa e scopri che è incredibilmente pesante, molto più pesante di quel che dovrebbe essere. Quando alla fine riesci a riportarla a bordo scopri che il peso è dovuto ai molluschi, alle alghe e alle concrezioni che si sono inaspettatamente formate al di sotto della superficie dell'acqua, fuori dalla nostra vista. 

Grazia (nome di fantasia) è una madre di famiglia tranquilla e impegnata cui, da un giorno all'altro e senza preavviso, muore il cane.
Arriva per un percorso di Counseling dietro suggerimento di una sua amica preoccupata per l'intensità con cui Grazia si è lasciata travolgere da questo avvenimento.
Grazia ha una vita piena, un figlio e un lavoro che la impegna e la appassiona, tanti amici e tanti interessi. La morte del cane però la butta in un baratro di angoscia che lei stessa per prima non comprende.


Durante il primo colloquio non fa che piangere. Piange per lo shock dovuto a quanto accaduto, certo, ma anche perchè è tormentata dal dubbio che il dolore che prova abbia un'intensità e una profondità che vanno oltre il fatto in sé e che la spaventano. Riferisce di avere crisi di panico senza apparente motivo. E' molto spaventata anche per l'effetto che l'angoscia che lei prova possa avere sul figlio.
Le propongo di aiutarsi utilizzando anche i Fiori di Bach e spiegandole l'effetto di riequilibrio degli stati emotivi che i Rimedi possono favorire. Grazia acconsente di buon grado: è proprio la percezione dello straripare straziante di emozioni e il fatto che persone a lei vicine non comprendano e giudichino "eccessiva" la sua reazione ciò che la sgomenta.
Poichè ha parlato di preoccupazione per suo figlio scegliamo insieme Red Chestnut, aggiungiamo Aspen per le crisi di panico immotivate, Star of Bethlehem per lo shock, Walnut per dare una protezione a quello che prova e per non farsi influenzare dal giudizio altrui e Sweet Chestnut per trovare sollievo alla sua angoscia in una situazione ineluttabile.
Grazia torna a casa leggermente sollevata ma mi confiderà più avanti che mai si sarebbe immaginata che questo sarebbe stato per lei l'inizio di un "viaggio emotivo" profondissimo che l'avrebbe portata a contatto con emozioni vecchissime e, apparentemente, dimenticate.

Dopo una settimana aggiungiamo Honeysuckle per stemperare la tremenda nostalgia che emerge prepotente per il suo cane, così amato, e per la vita precedente questo triste evento che, dice, non potrà mai più tornare.

Durante l'incontro successivo mi parla, stupefatta, di quanti pensieri siano emersi nel frattempo. Mi parla di tremendi complessi di colpa: "Se mi fossi curata più di lui, se lo avessi osservato meglio, se non fossi sempre così impegnata, forse mi sarei accorta che qualcosa non andava bene e avrei potuto aiutarlo, magari non sarebbe morto". Mi racconta che, dopo una crisi di panico, le venne un pensiero: "Ho paura che il mio cane mi punirà per quanto ho fatto di sbagliato nei suoi confronti e per quanto invece non ho fatto. Ma è assurdo! Lui mi amava e io amavo lui!" Mi racconta anche di quanto senta di non essersi meritata quanto le è accaduto. Cambiamo quindi mix e scegliamo di nuovo Honeysuckle per la nostalgia, ancora ben presente, Star of Bethlehem per lo shock non ancora superato e Sweet Chestnut per accettare l'inaccettabile, aggiungiamo inoltre anche Pine per il senso di colpa che la assale, Mimulus per la paura e Willow per la sensazione di amarezza che prova, la sensazione di essere una vittima.

Proseguendo con gli incontri emergono altre emozioni molto forti. Grazia mi racconta di essere stata travolta da una rabbia fortissima nei confronti sia di chi vedeva passeggiare al parco con il proprio cane mentre il suo non c'era più, sia nei confronti del suo stesso cane tanto amato ma da cui era stata abbandonata, sola, in balìa degli eventi. "Con tutto quello che ho fatto per lui, le vacanze cui ho rinunciato per non lasciarlo al canile, le fatiche per tenere pulita la casa con un cane e un bambino piccolo e, dopo tutti questi sacrifici, lui se ne va vai così, senza pensare a quello che sarebbe stato di me! Ma poi mi son sentita una persona orribile: arrabbiarsi con il mio povero cane perchè è morto! Non è una cosa terribile? E io adesso cosa faccio? Per me non c'è più nulla adesso". Prepariamo il nuovo mix con Sweet Chestnut, Pine e Honeysuckle ma aggiungiamo Holly per la rabbia, Willow per la sensazione di aver tanto fatto senza aver ricevuto il giusto in cambio e Gorse per la sensazione di non aver più voglia di continuare, di non avere più speranza.

Successivamente ecco un'altra sorpresa. Grazia mi racconta che una notte si è svegliata con una certezza: la morte del cane aveva risvegliato il dolore provato da bambina per la morte della nonna da cui si era sentita profondamente e incondizionatamente amata e che, a suo tempo, aveva soffocato e nascosto perchè era un sentimento troppo devastante e spaventoso per una bambina piccola qual'era. A questo punto si è aggiunta la paura di non riuscire più a contenere le emozioni che giorno dopo giorno erompevano e una sensazione fortissima di ingiustizia per le disgrazie accadute quando si è troppo piccoli e non si hanno ancora gli strumenti per affrontarle. Prepariamo un nuovo mix con Star of Bethlehem visto che lo shock per la morte della nonna era emerso in tutta la sua potenza, di nuovo Sweet Chestnut e Walnut, aggiungiamo poi Cherry Plum per la sensazione di perdere il controllo delle proprie emozioni e Vervain per il senso di ingiustizia "cosmico" vissuto.

Un'altra tappa nel cammino viene raggiunta quando Grazia mi racconta di aver scoperto che il dolore provato riguarda senz'altro le morti del cane, della nonna e di altre figure importanti mancate nell'infanzia e nella giovinezza ma anche altre "morti": quelle di progetti, ideali e speranze che erano state importanti per la sua vita e non si erano realizzate. Così scegliamo di nuovo Star of Bethlehem, Sweet Chestnut, Willow, Holly e Honeysuckle e aggiungiamo White Chestnut a causa del desiderio di far cessare questo continuo logorante rimuginare e Wild Rose per il senso di rassegnazione e di apatia che era subentrato a questa tempesta di emozioni.

Da questo incontro i colloqui diventano pian piano sempre meno angoscianti e, poco alla volta, si manifesta un nuovo senso di speranza che Grazia definisce "debole come un foglio di carta velina" ma che, finalmente, viene sentito presente e che si rinforzerà ogni volta un pochino di più.
Ha ancora crisi di pianto per tutte le perdite così strazianti vissute ma sono di durata sempre più breve e, insieme al pianto, fanno finalmente capolino anche il sorriso e la speranza.
Dopo pochi altri incontri Grazia ed io ci salutiamo commosse con un abbraccio fortissimo.


Abbiamo percorso insieme un tragitto molto intenso e, grazie ai fiori di Bach e alla disponibilità di Grazia di accettare e osservare tutti i sentimenti che via via sono emersi, anche quelli meno nobili o più difficili da riconoscere come propri, siamo riuscite a individuare e a dare un nome e un ordine a un magma di emozioni che apparivano tanto inestricabili da procurare spavento e, pian piano, a lasciarli andare.
Il cammino non è concluso: l'elaborazione di un lutto richiede tempo e pazienza ma Grazia si sente più forte e ritiene di poter proseguire da sola. Poichè durante i nostri incontri si è risvegliato il dolore per la perdita di persone importanti nella vita di Grazia e avvenuti in età infantile, ragioniamo insieme, nel caso questi ricordi dovessero ripresentarsi e continuare a generare angoscia, riguardo l'eventualità che Grazia ricorra ad una aiuto più profondo. Mi rendo quindi disponibile, in questo caso a indirizzarla presso psicoterapeuti che conosco e che stimo.
Grazia ed io ci siamo incontrate 12 volte. Durante le primissime volte il mix veniva cambiato ogni settimana per contenere la ridda di emozioni che la impattavano con tanta forza. Mano a mano che il nostro rapporto proseguiva il mix è stato utilizzato prima per 2 settimane poi per 3 settimane, come accade nella maggioranza dei casi.  
  
Maria Chiara Verderi
 

I FIORI DI BACH E LA DETERMINAZIONE DEL CUORE

I Fiori di Bach e la determinazione del cuore

di Achille Tironi - Volontario AHMIS (Amici Hospice Malattie Infettive Sacco)



La vidi una prima volta distesa nel letto, appoggiata sul fianco sinistro sotto un copriletto bianco che l'avvolgeva fino alle spalle. I capelli erano trascurati e una smorfia del viso rendeva manifesta la difficoltà nel respiro, sostenuto con ossigeno. I lineamenti, levigati nel pallore, avvertivano di una esistenza provata ma anche di una resistenza impavida.
Gli occhi erano chiusi e le palpebre scosse a tratti da un tremito che coinvolgeva tutta la sagoma raccolta come una falce di luna. Oltre il gorgoglio dell'ossigeno niente altro in quella stanza si sovrapponeva al ritmo ansioso del respiro. Le tendine socchiuse consentivano allo sguardo di cogliere un disordine motivato dalla consapevolezza di aver provveduto in fretta all'essenziale: tutto il resto poteva attendere che la paziente si riavesse dalla prostrazione provocata dal trasferimento.
Mi ritirai con la leggerezza dello sguardo spegnendo sul mio volto il sorriso che avevo riservato al primo incontro con i suoi occhi.
Mi avevano descritto, con parole adatte alla mia comprensione, la situazione di questa donna quarantenne e quindi ero consapevole di che cosa si celasse dietro quell'asettica definizione di "prognosi infausta", con la quale era stata accolta presso il nostro reparto.
Il male l'aveva aggredita al punto che ormai le teneva stretto la gola e non le dava pace. Dopo una serie di interventi e di terapie aveva trascorso un periodo in assistenza domiciliare e il suo compagno D. le era stato sempre più vicino, abbandonando il lavoro pur di assisterla giorno e notte.
A. portava su di sé i segni di un intervento chirurgico che le aveva permesso fino a quel momento di respirare: la valvola, fissata al collarino, per un certo periodo aveva dato fiato non solo ai bronchi ma anche alla sua anima, consentendole di ricamare ancora giorni di intense emozioni dentro gli spazi familiari, accanto alla persona e alle cose che avevano sostenuto il suo sogno di felicità.
Qualche momento più tardi, all'imbocco dell'ascensore, il mio sguardo incontrò quello di D. che entrava con passo deciso, le borse appese, e gli occhi più veloci della bocca nel chiedere: "Dorme ancora?".
Non voleva lasciarla sola in quel momento e, tolta qualche ora del mattino che lo vedeva correre a casa per la cura personale e il disbrigo di qualche faccenda di cui è sempre piena la cassetta della posta, questa sarà la sua primaria occupazione nei mesi di degenza di A.
Consegnate le medicine alla infermiera, frenato il galoppo dei sentimenti, rispose con un sorriso senza sponde al mio saluto. Qualche momento più tardi, accostati al muro, lasciando libero il corridoio, accolsi la piena delle sue confidenze e, avvolto nei gorghi della sua premura e delle sue paure, non riuscii a rendermi subito conto della evidenza più bella e importante: la determinazione del suo cuore.
La sera, poco prima di lasciare il reparto, entrando nella stanza per salutare gli ospiti, incrociai lo sguardo di A. ancora molto provata. Mi ritirai certo che avesse percepito, nella affabile risposta di D., una mia attenzione nei suoi confronti pronta a sbocciare ed essere colta come un fiore di campo.
Nei giorni successivi ebbi modo di avvicinarmi a loro e proporre nella ciotola, sul davanzale ormai pieno di libri e di innumerevoli altre cose, una serie di Fiori che aiutassero entrambi a tenere conto di una realtà (Clematis) più spigolosa e pungente dei sogni, eppure grandiosa per quello che aveva saputo fare di loro.
Ritenevo, inoltre, di poterli aiutare a liberarsi da quell'atteggiamento di complicità volto a relativizzare il loro problema (Agrimony), quasi a nasconderlo l'uno all'altro, per poi portarne da soli il peso interiore.
Serviva anche una protezione nei confronti della paura per imparare a conviverci senza temere di perdere l'autocontrollo (Cherry Plum). Quando ci si ostina a non guardarla in volto come possibilità e limite che ci accompagna si finisce poi per temerne ad ogni istante l'assalto, senza mai poter godere di un effettivo rilassamento.
Insieme a Maria Chiara decidemmo anche di aggiungere altri due Fiori per aiutare A. ad affrontare la nuova tappa della sua esistenza, quella ultima e più difficile (Walnut) staccandosi con leggerezza da ciò che in lei poteva generare sofferenza.
Intendevamo anche offrirle la possibilità di guardare con occhio limpido al proprio corpo segnato dalla malattia (Crab Apple) ma ancora adatto ad esprimere la sua personalità.
Seguirono giorni decisamente amabili e Settembre accendeva i colori di una natura rigogliosa: ci inoltrammo insieme diverse volte nel parco e, raggiungendo il laghetto con i germani e le carpe, contemplavamo in silenzio le ninfee che oramai avevano preso il sopravvento nel piccolo specchio di acqua.
A. si mostrava divertita per queste passeggiate sulla carrozzina e assorbiva i raggi del sole insieme alle coccole di D. mentre questi rivoltava con noi le pagine di una vita insieme, iniziata e condivisa negli studi televisivi, lei come segretaria di produzione e lui come tecnico delle luci.
Godeva di questo racconto e del significato che D. conferiva allo stesso: la malattia li aveva strappati a questa ribalta fatta di luci, amicizie, incontri e li aveva obbligati a ricercare la gioia di una intimità scandita giorno per giorno senza interrogarsi sul futuro.
Le scelte erano venute di conseguenza, condividendo di volta in volta le priorità che il cuore e le emozioni illuminavano davanti ai loro passi.
Nei momenti passati in stanza A. godeva nel colorare fotocopie di gattini di cui aveva tappezzato la camera e che regalava alle infermiere. Ancora oggi, nel locale dei farmaci, sono appesi al muro alcuni Mandala che lei ha voluto lasciarci in ricordo.
Arrivarono troppo presto giorni difficili nei quali si fece evidente la preoccupazione dell'uno per l'altro (Red Chestnut) e, in D., anche una certa severità con se stesso nel mantenere alti gli standard di attenzione e premura nei confronti di A. (Rock Water).
Verso la metà di Ottobre pertanto sospendemmo di inserire nella preparazione i Fiori Clematis e Agrimony orientando la nostra attenzione a queste nuove emozioni.
Era iniziata nel mese di Ottobre una forma di sedazione leggera per aiutare A. a superare i momenti in cui la fame d'aria diventava insopportabile. L'attenzione dei medici e delle infermiere era rivolta a farle superare queste aggressioni della malattia non altrimenti controllabili, consentendole un risveglio agli affetti che ha sempre mostrato di apprezzare e coronare con sorrisi distribuiti senza risparmio.
E così, anche con i Fiori, nei momenti di crisi abbiamo cercato di sostenere la perdita di sicurezza rinnovando in lei fiducia e speranza (Gorse), godendo del sorriso colmo di gratitudine che ritornava sul suo volto.
Quando, nelle festività di Natale, il suo cammino si volse a conclusione la aiutammo a lasciarsi andare e riposare (Oak).
A. si addormentò per sempre il 30 Dicembre alle ore 20,30. Gli occhi di D., lucidi di pianto, chiedevano consolazione mentre dispensava abbracci.

Achille Tironi


FIORI DI BACH: FARE AMICIZIA CON LE EMOZIONI

di Maria Chiara Verderi
 

Le emozioni sono reazioni innate e automatiche del nostro organismo agli stimoli reputati significativi, dal punto di vista della sopravvivenza e della continuazione della specie, provenienti dall'ambiente esterno (minacce, aggressioni, suoni forti, spaventi, ...) o anche dall'ambiente interno (dolore fisico, sostanze nocive, febbre e altre malattie, esposizione al freddo...).
 Le informazioni significative che ci colpiscono attraverso i sensi generano immediatamente una situazione di allarme e quindi molte risorse cerebrali sono chiamate ad occuparsi del problema. L'obiettivo è uno solo: di fronte ad un pericolo o ad altre reazioni emotive intense non abbiamo tempo da perdere nè risorse mentali da sprecare, ogni nostra risorsa viene utilizzata per prepararci ad attivare reazioni efficaci e molto veloci.
Un'altra funzione importante delle emozioni è quella di trasmettere agli altri il contenuto delle nostre risposte. Darwin per primo osservò che sia gli esseri umani di tutte le culture sia gli animali posseggono un repertorio di espressioni che, in momenti ad alto impatto emotivo, hanno il compito di avvertire gli altri delle intenzioni comportamentali successive. Se notiamo un cane che mostra i canini possiamo immediatamente dedurre che la cosa migliore da fare è allontanarsi! Anche negli esseri umani l'espressione della rabbia non è poi molto diversa.

Quando un impulso attira la nostra attenzione si verificano nel nostro organismo tutta una serie di attività neuronali e chimiche volte a mettere l'organismo in condizione di rispondere il più rapidamente possibile allo stimolo. I sensi inviano le informazioni all'ipotalamo e da lì partono due serie di segnali: uno ormonale diretto a ipofisi e ghiandole surrenali che produrranno una mobilizzazione generale delle risorse dell'organismo. Una gran quantità di energia viene sottratta a funzioni che in quel momento non sono urgenti e resa disponibile per affrontare la situazione critica.  L'altra via, quella nervosa, incrementerà l'attività cardiaca, la pressione e il flusso sanguigno così che, senza nemmeno averci consciamente pensato, ci ritroveremo l'apparato muscolare perfettamente pronto all'azione.
L'effetto è più o meno questo: "Attenzione! succede qualcosa!" "Dobbiamo allontanarci o avvicinarci?" "Ok! Allora AZIONE!"

Le emozioni principali o di base comunemente classificate sono paura, rabbia, disgusto, sorpresa, gioia e tristezza.
Oltre ai meccanismi automatici l'educazione e l'acculturazione apportano un insieme di strategie di decisione socialmente ammissibili e desiderabili che, a loro volta, rafforzano la sopravvivenza.
I sentimenti, invece, sono le esperienze mentali private di una emozione, sono l'esperienza di ciò che il corpo fa mentre prova un'emozione.
La nostra vita è costituita da cicli continui di emozioni seguiti da sentimenti di cui veniamo a conoscenza e che a loro volta generano nuove emozioni in una polifonia continua che accompagna i nostri pensieri, le nostre azioni ed i nostri comportamenti.

Quando siamo in preda ad una eccitazione emotiva, questa inevitabilmente dominerà e controllerà il nostro pensiero razionale. Viceversa il pensiero razionale non riuscirà a prendere il posto delle emozioni. Le emozioni ci capitano, sono al di fuori della nostra volontà, non possiamo generarle a comando e non possiamo avere un controllo diretto su di esse.
Vale a dire che non basta ripetersi che l'ansia scompaia affinchè questo accada o sentirsi raccomandare di "non pensarci più" per sentirci meglio.

Platone ritiene che l'intelletto dell'uomo debba tenere sotto controllo la forza delle passioni proprio come ad un valente auriga è dato guidare la smania dei destrieri.
La cultura cristiana condivide all'origine l'identica diffidenza nei confronti delle passioni e delle emozioni che le alimentano e si orienta a concepire la norma morale come la "recta ratio" che governa il cosmo, alla quale occorre conformarsi rendendo irrilevante la passione, le sue illusioni e suggestioni.
Persino il sistema giuridico tratta i delitti passionali diversamente dagli altri proprio ad indicare la grande difficoltà a contenere e controllare le azioni che scaturiscono dalle esplosioni emotive.
In realtà le emozioni in se stesse non sono nè buone nè cattive, sono semplicemente un aiuto fornitoci dall'evoluzione e che noi possiamo usare più o meno bene.

Moltissimi sono i metodi per aiutarci a contenere i nostri stati emotivi, oggi tutti noi abbiamo la fortuna di poter scegliere tra una vasta gamma di sistemi e discipline, bisogna solo trovare quello che più ci convince e con cui siamo più in sintonia.
Ho potuto osservare che il metodo del dott. Bach è un aiuto eccellente indirizzato proprio a questo fine.
Ho constatato in molteplici occasioni che l'effetto dei Fiori riesce a dare invariabilmente un equilibrio a persone e animali in difficoltà con delicatezza e naturalezza. Non esistono stati emotivi negativi: esistono invece stati emotivi in disequilibrio. Non dobbiamo sopprimere le nostre emozioni ritenute inaccettabili, innanzi tutto perchè è pressochè impossibile e secondariamente perchè ogni emozione ed ogni stato emotivo hanno un lato magnifico e benefico. Come diceva il dott. Bach, non dobbiamo eliminare uno stato emotivo bensì intensificare le qualità positive di quello stesso stato affinchè vengano rimosse quelle negative corrispondenti.

Scrive Stefan Ball del Bach Centre nel suo libro "I Fiori di Bach":
"Sono "medicine" per le emozioni, il cui scopo è portare in equilibrio gli stati mentali negativi e risolvere i difetti del carattere sviluppando le virtù corrispondenti. Ciò significa che ognuno di noi può ottenere i benefici salutari derivati da una vita emozionalmente equilibrata. Poichè sono uno strumento semplice che ognuno può imparare ad usare, ci danno la possibilità di avere il controllo sulla nostra vita emozionale. Noi tutti possiamo essere in armonia con noi stessi e, come la Psiconeuroimmunologia sta dimostrando, basta questo per farci sentire meglio e più in salute."   


Maria Chiara Verderi

Ringrazio Beppe Giacobbe di cuore per la sua gentilezza nel permettermi di impreziosire questi pensieri con due delle sue bellissime illustrazioni!